…la finestra della mia vita…in un racconto…per parlarne ancora…sempre…

Leggera come un’anima silenziosa

Libera come un cerbiatto nel bosco

Felice per ciò che ho saputo conservare

Forte per chi non l’ha saputo fare

Viva perché ho saputo lottare….

Io sono ciò che sembro…io esisto…e sono una “Guerriera”.

Se oggi sono qui a raccontare la mia storia il merito è in parte mio e, in parte, di una finestra.

Una sgangherata finestra del 3 piano del reparto di reumatologia dell’ospedale Molinette di Torino, città che mi ha vista nascere, dietro alle non rinnegate origini del sud, a me care e determinanti, per la formazione di questo carattere così delicato, ma forte nello stesso tempo. Carattere combattivo che molte volte mi ha portato a sfidare la vita oltre i limiti consentiti, facendomene pagare caro il prezzo di tanta determinazione.

Accade nella maggior parte dei casi che le scelte importanti della vita ci vengano poste come bivi davanti ai quali dobbiamo prendere una direzione per poter proseguire il cammino, questi bivi sono formati o da due incognite assolute o da una strada certa e una incerta, in questo caso la scelta appare più semplice, ma non sempre è così. Mettiamo il caso che la strada certa sia una scelta di rassegnazione e accettazione, essa comporta un condizionamento totale della propria esistenza e quindi la rinuncia parziale o totale delle proprie aspettative, se però scegliamo la strada incerta dobbiamo avere la consapevolezza che non possiamo sapere a cosa andremmo incontro e dobbiamo puntare solo ed esclusivamente sulle nostre forze e la nostra volontà di riuscire.

Ora nel mio caso la strada certa era al di là della finestra dove potevo porre fine ad ogni limite, ad ogni problema, ad ogni tortuoso aggrovigliamento dell’anima, mentre la strada incerta era una sfida che avrei dovuto affrontare non solo con la testa, il corpo, la pancia, l’anima e la paura, ma anche con la consapevolezza che nessuno poteva dirmi come sarebbe andata a finire. Erano comunque in ogni caso due scelte impegnative “ESSERE O NON ESSERE”, “VIVERE O MORIRE” questo era il problema mio caro Shakespeare, ci avevi visto lungo tu…

Comunque al di là di questo dubbio amletico io volevo vivere ma volevo farlo a modo mio. Quindi mio caro, per modo di dire, LUPUS io non ho saltato la finestra, l’ho chiusa e ti ho sfidato ieri e oggi più che mai.

Avevo 20 anni, il sole dentro e fuori, la vita a colori, la forza di chi ama, l’amore, i sogni. Avevo il mondo tra le mani e il sorriso a rallegrare il cuore, avevo tutto ciò che a quell’età si può desiderare la bellezza e anche le invidie, ma non me ne curavo, sapevo difendermi, sapevo difendermi da tutto perché avevo la testa per poter sconfiggere l’ignoranza e l’aplomb di chi già dall’età di 16 anni lavorava e studiava per potersi permettere tale superiorità e sicurezza

Ma non avevo fatto i conti con il destino, beffardo e crudele, che difronte a tanta determinazione ha voluto mettermi alla prova, senza sconti e senza giri di parole, sapendo che anche se avessi voluto usare la testa o tutte le armi in mio possesso, in quel preciso istante lui aveva vinto la battaglia.

Ma non la guerra.

Ci siamo conosciuti in un pomeriggio di agosto davanti ad una finestra. Una dottoressa, graziosa direi, ma con la delicatezza verbale, di un acuto di soprano in una cristalleria, ha devastato in un nano secondo tutte le mie certezze e il mio mondo perfetto. “LEI HA IL LUPUS”.

Ok ho il Lupus bene e allora? Quindi? Curiamolo, eliminiamolo, togliamoci questo fastidio così posso continuare a vivere la mia storia.

“No forse lei non ha capito, ha il Lupus suo compagno di vita per l’eternità, malattia autoimmune che distrugge tutto ciò che incontra, dentro, fuori, da oggi lei non sarà più una persona normale, non potrà più fare ciò che vuole, dovrà rallentare i ritmi, prendere medicinali, sottoporsi a continui controlli, smettere di fare attività fisiche pesanti, ballare (facevo rock and roll acrobatico) nessun tipo di esposizione al sole, ma soprattutto non potrà avere figli. Prospettive di vita 3/10 anni se tenuta sotto controllo e non in fase attiva, se no chissà” Alla faccia della delicatezza professionale acquisita…una molotov avrebbe fatto meno danni.

Ora capite il perché tutta questa importanza per una sgangherata finestra del terzo piano, la stessa finestra da cui per 17 giorni ho guardato il cielo, il sole e la vita in movimento con tutti i suoi colori, ora era il mio bivio, la mia scelta. Avevo il passato, breve a dir la verità, pieno di colori e voglia di vivere, e un futuro che mi era stato prospettato come un quadro indecifrabile tutto nero con un punto bianco, il punto bianco ero io…completamente persa nel buio.

Ero stanca, tanto stanca, erano mesi che ero piegata in due dai dolori, senza sapere il perché, piena di farmaci presi a caso, devastata dalle parole di Tizio e Caio senza una diagnosi e ora, ora la diagnosi ce l’avevo e sinceramente ne avrei volentieri fatto a meno.

Ora davanti a quella compagna dei giorni miei, la finestra, e il compagno dei giorni futuri, sempre miei, il Lupus, la scelta era a dir poco imbarazzante. Se avessi saltato dalla finestra il lupus sarebbe saltato con me e ciccia…fine dei giochi, se avessi chiuso la finestra io e lui avremmo iniziato uno di quei matrimoni combinati, non voluti, che inevitabilmente ci avrebbero portato battaglie e lotte continue con sfinimento fisico e perdite inevitabili. Ma io sono un capricorno testardo e combattivo e per nulla al mondo avrei potuto rinunciare ai miei sogni, quindi, mio non caro lupus, chiudiamola sta finestra e iniziamo a mettere i puntini sulle “I”.

IO voglio vivere, IO voglio lottare, IO voglio credere, IO voglio vedere i colori, IO voglio ballare (magari non l’acrobatico) IO voglio avere figli, IO da oggi divento una Guerriera, e per quanto tu cercherai di impormi le tue regole, sappi mio non caro Lupus che entrerò nel tuo mondo e ti stupirò in maniera saccente al punto tale che sarai costretto a dormire per lunghi periodi pur di non dover subire la mia presunzione. Sarò io a limitare i tuoi spazi e sarai tu a doverti difendere.

E GUERRA SIA.

Non andò proprio così, il mio lupo ha dormito il tempo necessario per caricarsi ben bene e dietro a una mirata e meditata strategia attaccare me, furbetta, che ogni tanto mi dimenticavo della sua esistenza sottovalutando le sue capacità infide e subdole. Mai distrarsi, il prezzo da pagare diventa inevitabilmente un trofeo per la sua collezione di pezzi umani.

Quindi oggi dopo 34 anni che viviamo insieme, ha colpito il mio cuore, non in senso poetico e passionale, si intende, ma con ferocia, e l’ha costretto a rallentare i ritmi. Poi è caduto in letargo giusto in tempo che io, con una mossa felina, colpendolo a chemio violenta, mi sono presa ciò che desideravo di più al mondo, un figlio. Il meschino, però, rendendosi conto di essere stato fregato si è accanito sui miei reni, piegandomi in due dal dolore e costringendomi a fare una biopsia per capire fino a che punto l’attacco fosse stato devastante. E della tiroide ne vogliamo parlare? Impossibile scendere a compromessi, ho dovuto cedere e abbandonare il campo. Altra anestesia altro pezzo al nemico; poi si è preso altri pezzi di me, invalidanti come donna, ma non come guerriera. Ci siamo scontrati con pause, più o meno lunghe, non senza sentire, nelle pause, la sua ingombrante presenza nella quotidianità, il suo cibo preferito, il cortisone che non ho mai abbandonato dal giorno in cui ci siamo incontrati, e poi… la grande sfida di resistere al dolore per non dargli in pasto altro cibo sublime per lui devastante per me.

Sembra una sorta di vita spericolata alla Vasco Rossi, e poi in fondo lo è. Esagerata, condizionata, come se fosse l’assoluto o l’ultimo, di quelle vite come Steve McQueen rinchiuso in una prigione con il solo desiderio di provare di tutto pur di evadere da ciò che sembra destinato essere il suo il mio mondo per il resto dell’esistenza.

GUERRIERA, mi piace il suono di questa parola, il significato, la forza che racchiude, la speranza, la gioia, la resilienza, l’amore, un concentrato di significati di percorsi emotivi, di speranze. Ogni persona che convive con una patologia cronica diventa guerriera perché non si nasce ma lo si diventa e ogni giorno aumenta la voglia di combattere, di vivere, di guardare dalla finestra del mondo tutte le sfumature di colore che esistono, oltre l’arcobaleno oltre l’infinito.

E poi c’è il cuore, quello nascosto, quello che abbraccia l’anima e danza con lei, lui che batte ogni secondo per ricordarmi che sono viva, che mi regala emozioni e palpitazioni, che mi aiuta a superare i momenti difficili, lui sa che potrà anche un giorno fermarsi, ma mai e poi mai dovrà arrendersi, perché quel giorno davanti a quella sgangherata finestra, insieme, abbiamo deciso di chiuderla, ed insieme, lui con il  battito e l’anima di conforto, ed io con la mia tenacia e la mia forza di volontà, abbiamo iniziato il nostro cammino di Santiago, e ancora stiamo camminando perché solo Dio sa quando finalmente esausta, ma soddisfatta, potrò sedermi sotto una quercia,  a leggere il libro, della mia meravigliosa vita, finalmente sola, libera e eternamente orgogliosa di essere stata guerriera in vita e orgogliosamente guerriera oltre la stessa. patty5

RACCONTO CLASSIFICATO AL 3° POSTO SAN BENEDETTO DEL TRONTO IDEA DONNA

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…il mio nemico medico…l’odissea del malato…viaggio senza ritorno

 

Non c’è nulla di peggio che sbattere contro un muro chiamato Sanità. Un muro a rimbalzo dove colui che si trova ad averci a che fare inevitabilmente torna a sé stesso, la maggior parte delle volte, ancora più malconcio di quanto lo fosse prima.

E si perché oltre al danno si aggiunge la beffa, ovvero una sorta di depressione acquisita della quale avremmo fatto volentieri a meno. L’essere non capito, da chi dovrebbe sollevarti da un problema, ha un effetto devastante sulla psiche aumentando così sia i dolori che il disagio.

Il discorso, è comunque in questo caso, generalizzato fortunatamente esistono le eccezioni che fanno in modo da risollevare la media negativa dei commenti che ogni giorno leggo sulle pagine che seguo.

Ora considerando che per le visite ogni medico ha a disposizione un tempo stimato di circa 12 minuti, e se la sora Lella entra e racconta tutta la storia della sua vita dalle origini preistoriche in poi, è normale che il tempo destinato agli altri pazienti venga notevolmente ridotto a due schizzi sulla ricetta e via, ma è altrettanto vero che non sempre chi abbiamo di fronte ha la cortesia e la pazienza di selezionare il paziente bisognoso da quello logorroico lamentoso.

E poi con che criterio il medico detto di base potrebbe mai selezionare, il suo compito è come il raccordo dell’autostrada indica la direzione da prendere e consiglia la strada più breve. Quindi la maggior parte delle volte il paziente torna a casa con una bella antologia di ricette con farmaci nuovi da provare che dovrebbero lenire il sintomo esposto senza nessuna considerazione degli effetti collaterali che lo stesso potrebbe avere.

Altro discorso per le visite specialistiche a pagamento, il tempo si accorcia, ma nella maggior parte dei casi il risultato non cambia. Ho ben poca memoria di qualcuno che sia uscito da una visita con certezze se non con ancora più dubbi di quanti ne aveva prima. Sicuramente di qualcosa si è alleggerito…il portafoglio.

Ma non voglio prendermela solo con i medici, penso che si dovrebbe seguire un corso da pazienti, ovvero una sintetica ed efficace esposizione con domande precise e mirate che possano in qualche modo sfruttare ogni minuto a disposizione togliendo ogni dubbio. Fantascienza.

In Italia, nonostante ciò che si dica e si pensi, abbiamo il miglior servizio sanitario del mondo. Un pronto soccorso gratuito e un’assistenza che prevede esenzioni per patologie croniche.

In America come in altri stati se non lavori e hai un’assicurazione o finisci negli ospedali pubblici, e non si sa se ne esci, oppure muori.

Il problema è che con l’inquinamento, il cibo, la sedentarietà e tanti altri fattori, di cui una volta non si aveva coscienza, i malati cronici e le malattie sono aumentate a un livello di 1 a 3 rendendo impossibile, anche per incompetenza di alcuni enti che dovrebbero tutelare il cittadino, il ragionevole e dovuto tempo di ascolto e risoluzione del problema.

Vogliamo tutti la corsia d’emergenza, vorremmo tutti poterla percorrere quando ci troviamo in difficoltà. Purtroppo, proprio per chi la corsia d’emergenza la percorre quando non ne avrebbe diritto, un cardiopatico rischia di dover aspettare 8 mesi per una consulenza e nel frattempo aggrappandosi alla Beata Speranza, cercare di colloquiare con il proprio cuore affinché resista paziente almeno fino al momento e l’ora della agognata visita.

Ci sarebbe da scrivere un libro, anzi un poema Dantesco, passando prima dall’Inferno, tribolando nel Purgatorio per poi avere la speranza di arrivare al Paradiso.

Ogni caso è a sé, questo è vero, ma lasciatemi sperare, che la forza che contraddistingue chi lotta ogni giorno per i propri diritti e per la propria salute, possa servire un domani a prendere coscienza che la vita non è una passeggiata e la salute non può essere beffeggiata da chi non riesce a superare la soglia della superficialità medica, fine a sé stessa e logorante, per chi avrebbe molte volte solo bisogno di una parola di speranza. Patty5

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…Io prima di te…superare le barriere dell’emotività

 

Il nostro corpo reagisce negativamente ad ogni evento che altera la quotidianità predisposta da ogni individuo. Quando le cose seguono esattamente lo schema mentale che ci siamo prefissi, tutto l’organismo gode del beneficio del rilassamento mentale e quindi fisico.

Chi convive con una patologia ha un sistema mentale molto organizzato dovendo far combaciare perfettamente le cose da fare con la battaglia che porta avanti, e siccome essa è per lo più imprevedibile nelle sue manifestazioni, buona parte delle energie vengono impiegate a risolvere o per lo meno attenuare ogni evento fisico ci si pone davanti giorno per giorno.

L’impossibilità a volte di far fronte ad impegni o doveri, porta il soggetto a uno stato di confusione e depressione temporale ove ci si sente colpevolizzati per l’impossibilità appunto di essere perfetti in quello che non tanto noi ci aspettiamo ma gli altri si aspettano da noi.

Il dover dire di no o il rinunciare ci appare come una sconfitta interiore e inevitabilmente acuisce il dolore mentale che si riversa nel dolore fisico provocando danni maggiori a quello che già esiste concretamente.

Una buona parte dei dolori è reale e tangibile, a questa però si aggiunge il carico di quel malessere che condiziona inevitabilmente la nostra mente. La soglia del dolore si abbassa e si abbassano anche le difese corporali quindi il corpo subisce un doppio colpo non riuscendo più a far fronte a quelli che sono i dolori costanti e già debilitanti da soli.

Aumenta così la necessità di sopperire,  la parte malata-non malata, aumentando le dosi di antidolorifici, antinfiammatori, ma soprattutto antidepressivi e miorilassanti.

Negli ultimi anni con la scoperta della fibromialgia, ovviamente non riconosciuta, l’abuso di questi farmaci è aumentato a livelli estremi, e non solo perché non esiste una vera e propria cura, ma soprattutto perché è il metodo più semplice per risolvere un ipotetico problema da parte dei medici.

Ma a parte lo stordimento generale questi farmaci non risolvono il problema all’origine e generano in coloro che ne fanno uso ancor più malessere della patologia stessa.

Purtroppo non tutti sono fortunati ad avere una vita regolare, serena, priva di intoppi, e soprattutto non tutti riescono a farsi capire nella loro sofferenza. Il circolo diventa vizioso e la qualità della vita in certi momenti diventa veramente sconfortante.

Il primo ed essenziale punto di rinascita siamo noi stessi, l’amore per la nostra vita, che per quanto brutta sia quella è e quindi non dico con rassegnazione, dobbiamo cercare di dare un senso a tutto ciò che effettivamente ci pare ingiusto.

Eliminare ogni elemento negativo, non dover dare spiegazioni a nessuno, usare le proprie forze e le proprie energie mentali per costruire un punto di appoggio dove ricorrere nei momenti più tragici.

Imparare a convivere con la solitudine e il silenzio ed ascoltare il proprio corpo e le sue esigenze, lottare fino all’ultimo prima di imbottirci di farmaci soprattutto quelli non salvavita, e porsi delle barriere emotive affinché nulla possa turbare l’equilibrio della nostra esistenza.

Un buon “vai a quel paese” ogni tanto ci sta soprattutto a chi dice di amarci veramente, perché se è  effettivamente così , saprà andarci con diplomazia sapendo che al ritorno riceverà in cambio una dose infinita di amore. Perché non è l’amore che ci manca, quello che ci manca a volte è la pazienza. Patty5

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et lupus ad femina… (la donna e il lupo)…raccontando ad un concorso…

 

 

Io il lupo ce l’ho dentro.

No non mettetevi a ridere, sono seria purtroppo maledettamente seria. Vive dentro di me da 35 anni e non posso mandarlo via.

Tutto ebbe inizio nel 1230 quando presso la scuola Medica Salernitana, il dottor Ruggero Frugardi coniò il termine “lupus” associandolo ai segni che lasciavano i morsi dei lupi sulla pelle dei poveri malcapitati.

Nella sua mente e a quell’epoca descrivere la ferocia di una malattia associandola al lupo deve essergli sembrata una semplificazione, di ciò che in altro modo non riusciva a vedere, se non con quell’immagine. Non penso che si sia posto il problema di come il mondo in futuro avrebbe potuto reagire alla definizione Lupus in malattia.

Anche se qualcuno prima di lui, in un testo del X secolo, raccontò di una miracolosa guarigione riferita a Eraclio vescovo di Liegi che segnato da evidenti e malevoli segni sul corpo riuscì a guarire completamente, da quello che allora era considerato morbo mortale della pelle, in quello specifico caso però, e per mezzo di potenze superiori si parlò di miracolo divino.

Mi viene da chiedermi a quale Santo si sia rivolto. Non c’è da sapere, purtroppo.

Comunque nel passare del tempo due dermatologi passati alla storia, Hebra e Kaposi confermarono che quello che era stato descritto da Ippocrate come Herpes esthiomenos ed era poco di meno che quello che ancora oggi mi porto a spasso come marchio dentro e fuori.

Ora una domanda nasce spontanea, come si poteva sopravvivere, prima dell’introduzione, di quello che oggi è il farmaco base, naturalmente associato ad un’altra ampia varietà di pilloline colorate, in tempi precedenti al 1948?

Non si sopravviveva a meno che tutta l’umanità colpita fosse stata cosparsa dal miracolo di Eraclio e del suo santo protettore. Io il miracolo ancora l’attendo, ma non perdo né la fede né la speranza.

Ora torniamo a me che convivo con il lupus, credetemi non fa paura, la paura più grande sono le persone che non capiscono, la cattiveria della gente che non capisce e non vuole capire.

Avevo 20 anni e un futuro tra le mani, avevo già da lottare contro invidia e gelosia, ma mai mi sarei aspettata di doverne subire pure per qualcosa che mai avrei immaginato di incontrare nella mia giovane vita. Tutto arrivò come uno tsunami a sconvolgere la mia esistenza. La malattia fu nulla a confronto di come mi venne comunicata, a come le persone cominciarono a guardarmi, come mi sentii di colpo diversa.

Ma diversa da chi? Io ero la stessa, lo ero dentro e fuori, ma l’essere umano sa dove colpire quando abbassi la guardia, e lo sa fare molto bene, con una sottile crudeltà che ferisce l’anima più di qualunque altro segno che tu possa portare sulla pelle.

Con la malattia ci potevo convivere, la potevo dominare, curare, dargli le attenzioni giuste per tenerla a bada. Ma le persone erano un nemico inaffrontabile.

Allora la mia difesa divenne la solitudine, si quella dell’anima. Chiusa nel mio bozzolo di orgoglio e paure, di pianti e coraggio, di luce e buio, di voglia di vivere e di morire. La solitudine mi ha difeso per 35 lunghi anni di vita fino al giorno in cui ho deciso di diventare farfalla.

Ho tolto lo scudo che mi teneva avvolta dentro a silenzi e bugie, per non dover giustificare le assenze, le mancanze, le rinunce, ed ho liberato me stessa e la mia anima urlando al mondo quella che ero e che sono sempre stata.

Una guerriera solitaria, una donna con il Lupus. E allora meglio un lupo per amico che un amico lupo.

Sono una farfalla, sono fragile, non ho misura di tempo, non posso sapere, ma sono libera, bella e felice. Io non ho paura, non più, voglio che il mondo mi guardi per ciò che io mi sento, non c’è rete che possa catturarmi, non finirò in una teca per essere osservata, non mi feriranno e non mi fermeranno più…volerò fino a quando alla fine del tempo sorriderò felice di essermi liberata dalla solitudine, dal lupus e dai lupi mannari. patty5

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…tre racconti da 100 parole…non occorre di più…

 

LUPUS IN FABULA

Ti svegli una mattina conscia del fatto che nulla e nessuno nella maestosa vita da ragazza piena di sogni possa minare il sentiero della vita che hai disegnato dentro le fantasie di vent’enne.

Poi arriva lui, la bestia. Il lupo quello del quale avevi solo sentito parlare nella favola di Cappuccetto Rosso.

Non è una favola ma una malattia. Il lupus e tutto cambia, ti arrendi e convivi, ma non permetti che distrugga tutti i sogni. Combatti diventi guerriera e ricominci. Sogni diversi, sogni importanti, li realizzi e ti rendi conto che la vita è ugualmente bella.

 

IL BUIO

La vita non l’ho mai capita, non l’ho riconosciuta, non ne ho sentito il sapore, gli odori, i colori fino al giorno in cui cieca ho dovuto arrendermi al buio. Ho imparato a sentire i rumori, a toccare le sfumature, a disegnare con la mente, ho imparato ad ascoltare ciò che non volevo sentire per egoismo, per distrazione per pigrizia.

Ho imparato a guardare l’oltre, ove credetemi, esiste tutto ciò che agogniamo, perdendoci negli sguardi vuoti della nostra esistenza di osservatori distratti.

Il vero buio è solo dentro di noi.

 

AMORE VIOLATO

Porto le cicatrici sulla pelle, ma non mi fanno male. Mi ricordano che sono viva, mi ricordano che sono oltre. Porto le cicatrici dentro il cuore, quelle che nessuno vede e che sono indelebili, quelle sì che fanno male, mi ricordano a quanto credessi nell’amore. Credessi era il verbo da usare, perché oggi io credo nell’amore, quello vero, sano, dolce e delicato, rispettoso e umano, oggi io ho ricominciato a guardare la mia pelle e credere che quei segni non sono che tatuaggi sbagliati di pensieri malati.

Oggi io credo in me e in te, che mi tieni per mano.

racconti vincitori raccolta antologia 100 PAROLE UNA STORIA Montegrappa Edizioni Roma ottobre 2019

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BULLISMO …non restare in silenzio…raccolta di racconti PAV edizioni

ERO UNO COME TANTI

Ciao sono Marco e sono seduto davanti al cielo blu, tra poco sarò libero di volare ma prima della libertà voglio raccontarvi di una prigione, quella nella quale ho vissuto io.A dieci anni i vestiti me li comprava la mamma, mi preparava la merenda succulenta e mi accompagnava a scuola per chiacchierare con le altre mamme, a dieci anni tutto era normale, semplice ancora nel mondo incantato. I compagni di scuola erano gli stessi, erano fratelli, tutti ancora concentrati nelle partitelle di calcio, davanti alla scuola e nei noiosi compiti da fare, a dieci anni non conoscevo la paura e la cattiveria.

I dieci anni passano però inesorabilmente come la fine della giovinezza e l’inizio dell’adolescenza.  I miei primi dieci anni li ho qui ancora nel cuore che batte.

Sono sempre stato un bambino normale, forse un po’ troppo robusto per la mia età, ma non mi ero mai posto il problema, la mamma cucinava da Dio e io amavo la sua cucina oltre a tutte quelle che chiamano “schifezze” tipiche ma succulente nella top teen delle risorse umane di noi ragazzini frequentatori abituali delle dispense casalinghe.

Per non parlare poi del fatto che vivevo accanto a un Mc Donald rifugio delle merende pomeridiane e delle feste di compleanno, praticamene avevo la tessera punti come miglior cliente. Ero comunque felice, quella felicità di cui oggi ho poca memoria.

L’impatto con la realtà l’ho avuto sin dal primo giorno della scuola media, dove i miei punti di riferimento, con il mescolarsi di persone diverse, sono andati perduti per sempre.

Una classe nuova con un solo compagno delle elementari, oltre tutto non mi stava neanche tanto simpatico, e probabilmente neanche io a lui, visto la sua facilità di aggregazione con il famoso gruppo dei leader. Inizialmente poco mi importava, cercavo di essere me stesso, portando dentro di me la semplicità e i valori che mi avevano insegnato, cercavo di sopravvivere insomma.

Man mano che i giorni passavano mi rendevo conto che una sorta di emarginazione si era creata attorno a me come una campana nella quale mi avevano posto e dove attorno ad essa le voci rimbombavano come echi amplificati dal silenzio di chi avrebbe dovuto impedire e non soprassedere.

L’unica persona che mi parlava e stava con me era il mio vicino di banco, Andrea sfigato come me, lui era dislessico e aveva problemi nell’apprendimento, ma era un amico anzi lo è ancora, lui non mi ha mai guardato solo con gli occhi, lui è sempre andato oltre.

Tuttavia le cose non si misero molto bene per me, nella scuola incominciarono le voci, le risate i tormenti ed io tornavo a casa sempre più devastato e cominciai a pensare di essere veramente uno sfigato.

Ero grasso, bruttino e senza carisma, dentro di me portavo ancora quella fanciullezza che mi aveva protetto durante le scuole elementari, avrei voluto ritrovarmici ancora dentro, avrei voluto non dovermi caricare di qualcosa che fino ad allora non avevo visto.

Tra un tormento e l’altro passai i primi due anni delle medie nel buio assoluto, subendo ogni sorta di commento, sberleffo, ansia e anche qualche danno fisico. Passavo la maggior parte del tempo nascosto negli angoli più svariati della scuola per non farmi notare, uscivo da scuola e correvo a casa quasi senza fiato per la paura di un assalto del branco.

Il branco, forse i lupi sarebbero stati meno feroci. Il branco era la devastazione psicologica di chiunque non rientrasse nei loro schemi. Abiti firmati, catene al collo, magri e con quintali di gel nei capelli, orecchino e smargiassi all’ennesima potenza.

Non erano esattamente tutti così ma, chi aveva la fortuna di entrare, dopo una accurata selezione da parte dei così detti leader guru del cazzeggio, nel gruppo, automaticamente si doveva adeguare o sottomettere a ciò che legge dettava.

Il livello era pari a zero. Per me che arrivavo da una famiglia che mi aveva sempre insegnato a rispettare delle regole, ad amare il prossimo e a non fare distinzioni di nessun genere tutto quel mondo mi faceva veramente schifo, e comunque non avrei voluto farne parte, purtroppo non potevo nemmeno fare finta di nulla visto che ero il loro sberleffo preferito.

Non ne parlai mai in casa, almeno fino ad allora, cercavo di mascherare la mia sofferenza chiudendomi in me stesso, nello studio e con la mia play station.

Nonostante mi rendessi conto che ero in sovrappeso, continuavo a mangiare in maniera compulsiva ogni cosa mi capitava tra le mani, in continuazione anche la notte di nascosto. Poi mi venivano i sensi di colpa che duravano giusto il tempo per ricominciare, ero entrato senza saperlo in una bulimia nervosa, più mi prendevano in giro e più io punivo me stesso con lo stesso cibo che mi rendeva vittima.

A casa mi credevano felice, io ero morto, morto dentro.

Andare a scuola ormai era una sofferenza, prima di uscire mi abbuffavo di dolci per sopperire la carenza e saltare la merenda, che avrei dovuto fare con gli altri e non volevo che mi vedessero mangiare, arrivavo a casa affamato e mi gettavo sul cibo come uno squalo famelico, riempiendomi la bocca quasi a soffocare.

Mia madre smise per un lungo periodo di comprare merendine e cibo ipercalorico, mi preparava cibi salutari con porzioni ridotte, che mi mettevano ansia solo a guardarle perché già sapevo, che i morsi della fame, mi avrebbero tormentato a fine pasto.

Davanti a lei mentivo e dicevo che ero sazio, nello zaino avevo fatto scorta di ogni genere di schifezza possibile acquistata nella panetteria di fronte scuola e meticolosamente occultata nei vari scomparti nascosti dello zaino. Tutta la paghetta la spendevo in zuccheri e patatine.

I miei genitori lavoravano, facevano i turni ed ero spesso solo con mio fratello maggiore che però si faceva i fatti suoi, preso dalle sue cose e dalla nuova fidanzata. Lui era figo.

Io ero sempre più un tutt’uno con il divano, la play circondato da una montagna di cartocci di carta ormai cadaveri inutili di leccornie che con inesorabile cattiveria si depositavano attorno a ogni parte del mio corpo.

Intanto il tempo passava ed io lievitavo a dismisura ero ormai succube di ogni tipo di scherzo, il mio soprannome era:” palla lardosa”, nessuno mi chiamava più per nome.

Sono arrivato alla 3 media il mio unico desiderio era di finire la scuola e dimenticare…come se fosse stato possibile dimenticare, ma questo io non lo sapevo.

Terza media voleva dire 13 anni, gli anni dove tutto cambia e da dove arrivano, direttamente dal pianeta crescita, i così detti “ormoni” del cambiamento. Avevo sentito parlare di questi “ormoni” e contavo su di loro nel miracolo del cambiamento, come se da un giorno all’altro mi fossi potuto svegliare magro e figo senza fare nulla di che.

Ma la realtà aimè era ben lontana dalla fantasia, e io rimediai solo una faccia piena di brufoli e un prurito al basso ventre che mi teneva sveglio e agitato la notte.

Cominciai a guardare le ragazze, che a loro volta si erano trasformate, forse ancor prima del tempo, ma io ero ottuso e non me ne ero accorto mai. Le guardavo e dentro sentivo qualcosa, farfalle? o era semplicemente la solita fame, quella che ormai era diventata normale abitudine, anche perché a scuola ancora non mangiavo e vivevo di crampi e di ansie pensando solo alla fine delle lezioni per poter sopperire quell’ulteriore sofferenza.

Poi c’era lei, Azzurra, con i suoi capelli rossi e i suoi occhi verdi, il suo sorriso e la sua pelle bianca come il latte. Non mi guardava mai, io la guardavo sempre. Avevo trovato la voglia di andare a scuola avevo trovato una motivazione forte che mi spingeva anche a guardarmi con altri occhi.

Ed è lì che mi accorsi che ero grasso. Azzurra non mi guardava perché ero grasso. Avevano ragione loro, mi vennero i sensi di colpa e divenni da vittima a carnefice di me stesso.

A scuola continuavano a prendermi in giro, mi aspettavano fuori scuola, mi tiravano lo zaino e mi dicevano “ora corri palla di lardo, vai a prendere lo zaino e racconta tutto alla mammina mi raccomando” ero devastato dentro, Azzurra era sempre con loro, ed io morivo dentro lentamente giorno dopo giorno, consumato dalla mia stessa paura.

Cominciai così a non mangiare più fuori pasto, a leggere ogni etichetta per controllare le calorie e a correre ogni giorno al parco sotto casa. A pranzo e cena mi feci ridurre le porzioni adducendo la scusa che volevo mettermi in forma per una gara scolastica. Mia mamma ne fu felice e i primi tempi mi aiutò nell’impresa, ma lei non sapeva a cosa si stava prestando. Lei era complice involontaria di un abisso, quello in cui stavo precipitando.

I risultati si videro subito, il mio metabolismo rispondeva bene, e man mano che il peso calava mi guardavo allo specchio soddisfatto, anche se avrei voluto che tutto accadesse più in fretta, volevo che Azzurra si accorgesse di me. Volevo essere figo.

Finalmente stavo cambiando, i buchi alla cintura erano settimanali, tutto mi andava largo, io ero cambiato …Ma ero grasso.

I compagni smisero di occuparsi di me ormai non ero più la loro “palla di lardo” ma semplicemente uno come tanti uno sfigato comunque e sempre.

Azzurra continuava a non guardarmi, o se lo faceva il suo più che un sorriso sembrava uno scherno, era pietà, commiserazione o schifo. Non l’ho mai saputo.

Quello che vedevo io ora era che ero ancora “troppo grasso

Ormai non mangiavo quasi più nulla, via le merendine, i dolci, i condimenti e le porzioni di pasta abbondanti, in casa era scattato l’allarme e cominciarono a starmi sul collo.

Se prima il cibo era un piacere ora era diventato un vero e proprio incubo, quando si avvicinava l’orario dei pasti andavo in ansia totale. Non potevo non mangiare dovevo fingere che tutto fosse normale e questo mi procurava dei crampi allo stomaco che alla fine dei pasti diventavano delle corse in bagno.

Avevo letto su internet, dove ci sono veri e propri siti specializzati, che si potevano prendere delle purghe e dei diuretici per accelerare il processo di dimagrimento. Ora i diuretici non sapevo proprio dove procurarmeli ma le purghe le vendevano anche al supermercato e senza ricetta. Cominciai a farne uso quotidianamente, se non andavo in bagno almeno due volte al giorno entravo in ansia.

Poi trovai anche il modo per raggirare i miei genitori, mangiavo regolarmente ai pasti, a volte esagerando anche, rendevo tutti felici, e poi andavo in bagno e cacciandomi due dita in gola, le prime volte fu traumatico vi assicuro, buttavo fuori liberandomi del nemico.

Ero alto 1.75 e pesavo 48 kg ma nonostante tutto…ero grasso.

Grasso, grasso, grasso una costante nella mia mente, una parola trascinata nei meandri bui della mia anima chiusa nel suo tormento degli anni più brutti della mia esistenza.

Scattò nuovamente l’allarme rosso, genitori, nonni, zii, amici dei miei, tutti addosso come falchi a controllare ogni mio movimento. Diventai cattivo, intollerante, acido esattamente come tutto ciò che ogni giorno continuavo a vomitare.

Stavo punendo me stesso o gli altri? Non lo so ancora oggi. La mia mente ormai era accecata dalla rabbia repressa, dai soprusi, dai giorni passati a cercare la comprensione, l’amicizia, un gesto gentile, una mano, semplicemente una mano tesa.

Stava finendo la scuola ed io dovevo andare alle superiori, non avrei mai più permesso a nessuno di chiamarmi “palla di lardo” non avrei più permesso a nessuno di mettermi in un angolo, non avrei più permesso a me stesso di essere uno sfigato.

Ma senza rendermene conto ero passato dalla bulimia all’anoressia ero diventato io il bullo di me stesso mi stavo punendo rimuovendo la parte fisica ma continuando a tenere nella testa la parte grassa di me stesso.

Qualcuno aveva fatto il danno, ed ora io stavo facendo il compito sporco, mi stavo autoeliminando.

Non so cosa mi ha fermato, le lacrime nascoste di mia madre, la disperazione nel volto di mia nonna, mio fratello, mio padre e i suoi perché, il mio unico amico Andrea, o il fatto che mi resi conto che stavo male, veramente male.

Mi guardai allo specchio e con gli occhi appannati dal pianto, urlai con tutte le mie forze il dolore che mi straziava il petto, il cuore si spacco in due, la mia anima buia era uscita con tutta la sua forza…non ero grasso, non ero più grasso, la mia testa era libera finalmente libera di vivere con la leggerezza dell’essere. Quell’essere ero io. Finalmente Io.

Mi sono liberato contemporaneamente alla scuola, ho iniziato le superiori consapevole che avrei dovuto fare un percorso seguito da persone competenti per eliminare definitivamente tutte le paure e le ansie che per troppo tempo avevano invaso il mio spazio.

Incontrai subito persone diverse, o forse io ero diverso probabilmente, ho incontrato Luna, un pomeriggio al parco, lei è qui ora accanto a me, bruna occhi scuri e pelle color cioccolato, esattamente l’opposto di Azzurra, e me ne sono innamorato subito, la mia prima e vera storia, sono tornato ad essere gentile, educato e me stesso esattamente come mi hanno insegnato ad essere fin da piccolo.

Ma qualcosa dentro di me è rimasto, mi hanno rubato tre anni di vita, della mia vita, mi hanno rubato la spensieratezza, la gioia e la voglia di vivere, hanno insinuato dentro di me la paura e la voglia di morire, mi hanno fatto del male, mi sono fatto del male, ed ho fatto male a mia volta.

Quindi chiedo scusa a coloro a cui ho fatto male, e pietà per coloro che me ne hanno fatto perché come disse Gesù “Dio perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Ora io e Luna stiamo volando, la nostra ennesima tappa di sensibilizzazione, stiamo insieme dal liceo, non ci siamo più lasciati, stiamo andando a Roma a parlare con i ragazzi in una scuola, Luna ha studiato psicologia ed io ho proseguito con architettura , facciamo volontariato da sempre e abbiamo una missione in comune MAI PIU’NESSUNO DOVRA’ SENTIRSI DIVERSO…questa è la nostra lotta contro il bullismo, il male del secolo, questa è la nostra voce al di fuori del coro, questa è la mia storia e vorrei che fosse l’ultima che leggo.

Il cielo non può che essere blu e tutti devono poter volare liberi.

Oggi lo sono finalmente me stesso e non più uno come tanti.  Patrizia Maria Macario

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guarire con la mente…forse si può…parola d’ordine ama te stesso…

Il nostro corpo è intelligente. Questa è una considerazione che pochi fanno concentrando l’intelligenza solo ed esclusivamente nel cervello e al suo sviluppo intellettivo.In pratica è così ma il cervello è una spugna che assorbe oltre che informazioni anche carichi di stress che a sua volta vanno a incidere sulla maggior parte delle malattie soprattutto quelle autoimmuni.

I pensieri, le emozioni e le convinzioni influiscono sulla salute e credo che siamo in grado di guarire più velocemente di quanto noi possiamo pensare e di quanto ci dicano i dottori.

Ogni cosa ha origine dalla mente non soltanto le malattie, il nostro corpo ha una capacità di guarigione della quale i medici non parlano poiché per loro è fantascienza.

Tutti i nostri sensi e le nostre emozioni corpo – mente, sensoriali, udito tatto vista, sono tutte finestre aperte sulla nostra farmacia interiore.

Bisognerebbe andare all’origine della malattia per potersene liberare, cambiando così i segnali che inviamo al nostro corpo. I Pensieri positivi producono sostanze chimiche tonificanti, i pensieri negativi producono sostanze chimiche tossiche.

Newton vedeva il corpo come un dispositivo, una macchina piena di organi con pulsanti e leve che vanno regolati e quindi se c’è qualcosa che non va è sicuramente la conseguenza di un problema, questo poteva andare bene fino al 1925 ma da lì in poi è arrivata una fisica nuova. La fisica quantistica.

La fisica quantistica dice che l’energia invisibile che ci circonda, che in medicina tradizionale non viene considerata, è che non esiste nulla di fisico e che tutto ciò che ci circonda è Energia.

Per semplificare il tema che sarebbe molto lungo e complesso vi porto ad esempio noi consideriamo lo spirito come forza invisibile e in movimento che influisce nel regno fisico, la fisica quantistica ci porta a questo pensiero cioè che le forze invisibili possano influire e avere il possesso su ogni cosa.

Ecco in che cosa consistono queste forze nel campo medico, alla mente e alla coscienza, quindi se vogliamo raggiunge il punto supremo che regola il nostro organismo dobbiamo renderci conto che la nostra forza è il pensiero e quindi l’energia invisibile è la nostra mente.

E’ noi stessi che dobbiamo amare, trasmettendo così endorfine al cervello che a loro volta abbassano i livelli di cortisolo e quindi di stress, tutto questo aiuta il nostro corpo a ricevere segnali positivi e a tenere sotto controllo le patologie.

L’alimentazione gioca un ruolo molto importante per qualsiasi tipo di problema, perché ricordate sempre che il nostro intestino è il nostro secondo cervello se non in alcuni casi addirittura il primo.

Se il nostro intestino funziona male o gli vengono somministrati alimenti dannosi o ai quali lui deve dedicare molto tempo per lo smaltimento, esso emette segnali che vanno direttamente al cervello uno e di conseguenza partono nelle terminazioni nervose segnali negativi che accentuano problematiche e dolori nelle parti già sofferenti o soggette a dolori come nell’artrite.

Molti alimenti sono estremamente infiammatori nelle artriti e in quasi tutte le malattie autoimmuni. Anche se, vi anticipo il commento, tutto ciò che mangiamo oggi non è sano. Ma giusto a punto se il pomodoro vi fa stare bloccate per giorni con dolori perché vi infiamma, è doveroso saperlo ed è scelta mangiarlo.

I medici trattano i sintomi molte volte senza arrivare all’origine del problema, prescrivendo medicinali a volte inutili che hanno effetti collaterali, per poi magari scoprire che non era quello di cui avevamo bisogno e cambiano terapia, intanto noi subiamo gli effetti collaterali di uno sbaglio.

Il 90 per cento di casi di diabete di tipo 2 non sono genetici ma generati dallo stile di vita, la maggior parte delle malattie cardiovascolari non sono legate a problemi di cuore ma dallo stress, con questo non voglio dire che la medicina tradizionale non sia utile, anzi è un salvavita per molte patologie, ma sono convinta che se riuscissimo a cambiare le nostre abitudini alimentari, lo stile di vita e la spiritualità interiore il  nostro corpo avrebbe sicuramente bisogno di molte meno medicine.

Energia, forza e spiritualità e la consapevolezza della radice delle cause che ci portano a stare male possono aiutarci nel combattere le malattie croniche autoimmuni.

Ricordate sempre che nelle malattie autoimmuni il corpo cerca di liberarsi di qualcosa che lo disturba e in questo caso potremmo essere noi stessi a disturbarci alimentandolo, bisogna trovare il modo per farlo morire di fame non dandogli ciò di cui ha necessità per vivere.

Il consiglio migliore è rivolgersi a una nutrizionista per individuare ciò che ci fa bene e ciò che invece danneggia il nostro sistema, ma se ciò non è sempre fattibile potete voi stessi capire inizialmente quali cose notate possano farvi male cercando di capire quando avete più dolori che cosa possa averveli scatenati e provare ad eliminare quegli alimenti per un po’

Io posso solo dirvi che alimenti come il pomodoro, le melanzane, i peperoni e le patate sono controindicati per chi soffre di artrite reumatoide, ma questo per esperienza personale non sono una nutrizionista.

E comunque il fattore stress, problemi quotidiani, ansie, mancanza di adeguato sonno e riposo accendono i ricettori della mente e alimentano il sistema immunitario.

Bisognerebbe dare più valore a sé stessi, osservando ogni cosa che ci circonda con occhi diversi, sfruttando l’energia che ci circonda per piccoli momenti di meditazione e riflessione. A volte anche solo una passeggiata in solitudine nel verde aiuta a generare energia positiva.

Questi segnali aiutano a modificare la nostra percezione tra mente che ha non è elemento unico ma ha uno stato cosciente e uno subcosciente, quella cosciente è creativa e pensa, quella subcosciente continua a occuparsi di qualsiasi cosa stiate facendo, camminare, guidare, parlare.

Quando guardiamo il mondo trasmettiamo al cervello informazioni sull’ambiente che vanno ad adattare il nostro corpo allo stesso, quindi adattiamo noi stessi all’ambiente esterno e modifichiamo la percezione dello stesso, se cambiamo la mente cambiamo anche il pensiero sulla vita, cambiando i segnali che arrivano dentro e modificano le funzioni delle cellule, diventiamo così da vittime a padroni della nostra salute.

Essere positivi non è facile ma volersi bene sì. Piccole cose quotidiane positive solo per noi stessi, osservare non solo con gli occhi, è possibile, eliminare la paura, è possibile, prenderci cura di noi prima degli altri, è possibile. Non arrendersi mai è obbligatorio. Patty5

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