…la legge dell’attrazione…noi siamo ciò che vogliamo…il potere della mente…

 

La nostra mente è il nostro potere. Noi abbiamo questo grande dono che comanda ogni parte del nostro corpo e molte volte siamo noi ad amplificare i problemi per mezzo della legge d’attrazione, ciò che entra nella nostra vita lo stiamo attirando noi involontariamente poiché non conosciamo fino in fondo la potenza della nostra mente e le capacità che possiede,

Siamo come delle calamite se pensiamo positivo otteniamo positivo e viceversa. I pensieri possono cambiare la realtà attraverso la potenza del pensiero costante e pieno di energia attirando verso di noi ciò che realmente vogliamo.

Il problema principale è che la mente pensa in continuazione e tra questi pensieri rientrano anche le cose che non vogliamo ed è qui il grande sbaglio più pensi di non volere una cosa e più essa si ripresenta.

Se si pensa ai problemi solo in modo negativo, essi si somatizzano nella mente mandando malessere al corpo percependolo a tutti i livelli a seconda del problema, salute, economico, paura ecc.

Il segreto è pensare non a quello che hai e a quello che non vuoi, ma a quello che vorresti e che desideri.

Provate a pensare a quello che vorreste veramente dimenticandovi le cose negative e concentrandovi solo ed esclusivamente sull’oggetto, sulla persona, sulla salute cercando di annullate la negatività di ciò che vi circonda, persone comprese, riuscirete nel tempo ad ottenere i risultati in cui veramente avete riposto il vostro pensiero positivo.

Quando il pensiero si concentra sul “non voglio” (ad esempio; non voglio fare tardi, non voglio stare male, non voglio che arrivi una brutta notizia) voi state dando vita a quella cosa che quindi si ripresenterà continuamente

La legge dell’attrazione parte dai vostri pensieri che non riconoscono il non voglio dal voglio, se ci si lamenta di tutto stiamo creando noi stessi difficoltà nella nostra esistenza bloccando in questo modo ciò che realmente vorremmo soffocandolo  con il pensiero di ciò che invece non vorremmo.

Questa attrazione è intorno a noi, è visibile sono le persone, il lavoro, le circostanze, la salute, la ricchezza, i debiti, la gioia. Siamo noi ad attirare tutto ciò come una calamita, solo che non ne siamo coscienti poiché non pensiamo alla nostra mente come ad un arma potente contro le avversità  ma come un contenitore di problemi da risolvere e da evitare.

La vita quotidiana diventa così una manifestazione fisica dei pensieri che ci entrano continuamente nella testa.

Questa filosofia di pensiero fa parte anche di un altro schema che è la fisica quantistica che spiega che non potremmo avere un universo senza che esso entri nella nostra mente ed è la nostra mente che dà forma alle cose che percepiamo.

Un pensiero positivo è centinaia di volte più potente di un pensiero negativo ma non potendo monitorare tutti i pensieri dovremmo cercare di concentrarci su quelli che ci provocano un sentimento interiore che a sua volta riversa sul nostro corpo uno stato di benessere.

Fortunatamente l’essere umano è in grado di distinguere ciò che lo fa stare bene da quello che non lo fa sentire in pace con se stesso. La depressione, il senso di colpa, il risentimento, la rabbia sono pensieri negativi che non rendono potente ma debilitano, sono sentimenti cattivi detti di cattiva frequenza o vibrazione, mentre i sentimenti buoni, eccitazione, gioia , gratitudine amore aumentano la potenza della mente  che automaticamente riporta il messaggio a tutto il corpo, creando uno stato di grazia.

Quindi se pensi positivo, per la legge d’attrazione stai attirando verso di te questa positività se sei preoccupato o hai paura stai sempre attirando verso di te questi sentimenti.

Vi è mai capitato di iniziare la giornata male e pensare “oggi andrà tutto storto”? ebbene state pensando in negativo con molta probabilità andrà tutto storto ma la colpa sarà solo vostra che avete pensato in  negativo non superando il primo ostacolo con serenità.

Non bisogna permettere che un evento negativo influenzi il nostro umore e la nostra giornata. Se trasmettiamo a noi stessi la positività la stiamo trasmettendo al mondo esterno e all’universo e in questo modo che mettiamo in funzione la legge d’attrazione, mettendo in moto un meccanismo che coinvolge non solo l’essere umano ma tutto ciò che ci circonda.

Sono i nostri sentimenti a creare la nostra vita.

Ognuno si crea il suo universo.  Winston  Churchill 

Quando stiamo male ogni reazione tende ad essere negativa, basta poco per cambiare, una musica, un ballo, un pensiero bello o qualcuno che amiamo o i nostri animali.

Se desideriamo intensamente una cosa dobbiamo crederci come se fosse già nostra provando emozioni concrete. E un po’ come ordinare on line e aspettare il pacco che arriverà nei suoi tempi e nei suoi modi, senza usare la spedizione veloce mi raccomando…

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…la tranquillità emotiva nelle cure obbligatorie per patologia…i contraccolpi delle malattie e delle cure…

Quando ti viene diagnosticata una patologia cronica immediatamente ti si apre un mondo che poco viene considerato ma purtroppo esiste. Ed è il mondo degli effetti collaterali.

Nel momento stesso in cui si riconosce la causa molte volte gli effetti sono già in corso e hanno già colpito organi importanti, a volte vitali. A questo si pone rimedio con una giusta diagnosi e una cura adeguata ma inevitabilmente si entra dentro un sotto mondo che è quello degli effetti collaterali dei farmaci utilizzati per la patologia confermata.

Ora è difficile fare un elenco poiché ogni soggetto assume farmaci che rispondono al proprio corpo secondo la predisposizione e quindi tutto diventa molto personalizzato ma è altrettanto vero che in caso di patologia cronica la somministrazione di sostanze tipo cortisone, immunosoppressori, antimalarici, antidolorifici a tempo indeterminato crea per forza di cose carenze e disfunzioni che non sono attribuibili alla malattia ma alla conseguenza di questa forzata assunzione.

Insomma per farla breve aggiusti da una parte e rompi da un’altra.

Quello che sconforta di più il malato che già deve combattere con il medico di base in primis sperando che capisca il problema e indirizzi verso un esperto (reumatologo, immunologo, neurologo) e che se si è fortunati e dico se, questi esperti dovrebbero dare oltre che una cura, per alleviare la sofferenza, anche un conforto per la stessa.

Un malato cronico ha bisogno  di sentirsi seguito e protetto dal servizio sanitario e soprattutto ha bisogno di sapere che chi gli sta di fronte sia in grado di affrontare ogni complicazione che può sorgere dalla malattia.

Ora ognuno di questi professionisti giustamente non è un tuttologo e quindi in base al problema che gli si pone indirizza il paziente a chi di competenza ed è qui che inizia il calvario.

Si sa che la maggior parte dei problemi delle malattie croniche sono legati a organi interni ma esistono anche problemi che possono sembrare marginali ma che riguardano anche la sfera sociale come la pelle, gli occhi e i denti.

Nei casi di Lupus, sindrome da Anticorpi, psoriasi, artrite reumatoide, la pelle è molte volte danneggiata in maniera tale da non consentire l’esposizione per fattori più estetici che organici, i pazienti arrivano a vergognarsi di sè stessi e del loro aspetto e creano quel circolo vizioso che li porta sempre di più verso una chiusura totale. E già difficile far capire figurati spiegare.

Questo però va ad alimentare quella che già in alcuni casi viene denominata depressione che altro non fa che alimentare il sistema immunitario creando così un circolo vizioso dal quale molte volte è difficile uscirne.

I denti. Altro argomento dolente. L’uso prolungato di cortisoni e altri medicinali purtroppo indebolisce la struttura ossea dei denti e non è a caso se una grossa percentuale di pazienti con patologie croniche deve ricorrere al dentista. Naturalmente neanche a pensarci che ciò possa essere riconosciuto come danno da patologia e quindi supportato dal servizio sanitario. Giammai.

E quindi altra bella spesa, dolore e delusione a volte per non poter ad esempio fare impianti per mancanza di osso, oppure ritrovarsi dopo poco tempo al punto di partenza per cedimento delle strutture.

Ma quello che devasta di più è: “sarà in grado questo dentista di capire il problema a fondo e perorare ma mia causa seguendomi con altruismo e determinazione?”

Pochi, rari, quasi miraggi. Io sono uno di quelli fortunatamente, ma vi garantisco che in 30 anni di cure dovrei prendere oggi un Kalashnikov e fare una strage.

Interessi, soldi, incompetenza, superbia, arroganza questo è il mondo dei professionisti, questo è il mondo al quale affidiamo il nostro corpo.

Mi vuoi operare agli occhi…si certo non c’è nessun problema 5000 euro e torna nuova…ma io ho il lupus…mmmmmh  e che problema c’è …ma lei ha già operato pazienti con il lupus…be si,  no ma con altre patologie si…quali? …diabete mi pare, oh sì ecco un paziente che avevano operato di cuore ed è andato tutto bene. ED IO DOVREI FIDARMI DI TE?

Dottore io ho il lupus malattia autoimmune.

Torni a scuola o cambi mestiere per fare un favore all’umanità

Ecco questo era solo un piccolo esempio dell’incompetenza e dell’ignoranza al di fuori del campo specifico e pure in quello ci sarebbe da discutere soprattutto oggi per quanto riguarda la fibromialgia che a seconda delle menti può essere riconosciuta o disconosciuta… io direi a seconda dei dementi.

Servizio sanitario nazionale 8 mesi per una visita. Ma io sto male ora, tra 8 mesi se campo starò peggio e nel frattempo parti di me potrebbero subire danni. E chi se ne frega.

IO SONO MALATA E SONO UN PESO.

Per arrivare al dunque non è la malattia in se che ci uccide ma l’indifferenza, l’incompetenza, la violenza verbale di alcuni professionisti, l’insicurezza che ci infondono, il non essere seguiti, capiti, confortati, il non avere un punto di riferimento e dover ad ogni visita spiegare a una faccia nuova tutta la tua vita e la tua sofferenza in 12 minuti tempo stabilito a visita che poi molte volte diventano 6…la mia vita non può essere riassunta in 12 minuti e liquidata con prenda questo ci vediamo tra 8 mesi.

Se ci fosse un minimo di sensibilità e umanità noi malati cronici siamo talmente speciali che riusciremmo a curarci da soli con il solo pensiero, che in caso di problema, qualcuno sia li pronto ad ascoltarci, anche solo con una parola di conforto, per ricaricare quella parte di noi, quella che ci portiamo nell’anima, che nessuno vuole curare. Patty5

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…la finestra della mia vita…in un racconto…per parlarne ancora…sempre…

Leggera come un’anima silenziosa

Libera come un cerbiatto nel bosco

Felice per ciò che ho saputo conservare

Forte per chi non l’ha saputo fare

Viva perché ho saputo lottare….

Io sono ciò che sembro…io esisto…e sono una “Guerriera”.

Se oggi sono qui a raccontare la mia storia il merito è in parte mio e, in parte, di una finestra.

Una sgangherata finestra del 3 piano del reparto di reumatologia dell’ospedale Molinette di Torino, città che mi ha vista nascere, dietro alle non rinnegate origini del sud, a me care e determinanti, per la formazione di questo carattere così delicato, ma forte nello stesso tempo. Carattere combattivo che molte volte mi ha portato a sfidare la vita oltre i limiti consentiti, facendomene pagare caro il prezzo di tanta determinazione.

Accade nella maggior parte dei casi che le scelte importanti della vita ci vengano poste come bivi davanti ai quali dobbiamo prendere una direzione per poter proseguire il cammino, questi bivi sono formati o da due incognite assolute o da una strada certa e una incerta, in questo caso la scelta appare più semplice, ma non sempre è così. Mettiamo il caso che la strada certa sia una scelta di rassegnazione e accettazione, essa comporta un condizionamento totale della propria esistenza e quindi la rinuncia parziale o totale delle proprie aspettative, se però scegliamo la strada incerta dobbiamo avere la consapevolezza che non possiamo sapere a cosa andremmo incontro e dobbiamo puntare solo ed esclusivamente sulle nostre forze e la nostra volontà di riuscire.

Ora nel mio caso la strada certa era al di là della finestra dove potevo porre fine ad ogni limite, ad ogni problema, ad ogni tortuoso aggrovigliamento dell’anima, mentre la strada incerta era una sfida che avrei dovuto affrontare non solo con la testa, il corpo, la pancia, l’anima e la paura, ma anche con la consapevolezza che nessuno poteva dirmi come sarebbe andata a finire. Erano comunque in ogni caso due scelte impegnative “ESSERE O NON ESSERE”, “VIVERE O MORIRE” questo era il problema mio caro Shakespeare, ci avevi visto lungo tu…

Comunque al di là di questo dubbio amletico io volevo vivere ma volevo farlo a modo mio. Quindi mio caro, per modo di dire, LUPUS io non ho saltato la finestra, l’ho chiusa e ti ho sfidato ieri e oggi più che mai.

Avevo 20 anni, il sole dentro e fuori, la vita a colori, la forza di chi ama, l’amore, i sogni. Avevo il mondo tra le mani e il sorriso a rallegrare il cuore, avevo tutto ciò che a quell’età si può desiderare la bellezza e anche le invidie, ma non me ne curavo, sapevo difendermi, sapevo difendermi da tutto perché avevo la testa per poter sconfiggere l’ignoranza e l’aplomb di chi già dall’età di 16 anni lavorava e studiava per potersi permettere tale superiorità e sicurezza

Ma non avevo fatto i conti con il destino, beffardo e crudele, che difronte a tanta determinazione ha voluto mettermi alla prova, senza sconti e senza giri di parole, sapendo che anche se avessi voluto usare la testa o tutte le armi in mio possesso, in quel preciso istante lui aveva vinto la battaglia.

Ma non la guerra.

Ci siamo conosciuti in un pomeriggio di agosto davanti ad una finestra. Una dottoressa, graziosa direi, ma con la delicatezza verbale, di un acuto di soprano in una cristalleria, ha devastato in un nano secondo tutte le mie certezze e il mio mondo perfetto. “LEI HA IL LUPUS”.

Ok ho il Lupus bene e allora? Quindi? Curiamolo, eliminiamolo, togliamoci questo fastidio così posso continuare a vivere la mia storia.

“No forse lei non ha capito, ha il Lupus suo compagno di vita per l’eternità, malattia autoimmune che distrugge tutto ciò che incontra, dentro, fuori, da oggi lei non sarà più una persona normale, non potrà più fare ciò che vuole, dovrà rallentare i ritmi, prendere medicinali, sottoporsi a continui controlli, smettere di fare attività fisiche pesanti, ballare (facevo rock and roll acrobatico) nessun tipo di esposizione al sole, ma soprattutto non potrà avere figli. Prospettive di vita 3/10 anni se tenuta sotto controllo e non in fase attiva, se no chissà” Alla faccia della delicatezza professionale acquisita…una molotov avrebbe fatto meno danni.

Ora capite il perché tutta questa importanza per una sgangherata finestra del terzo piano, la stessa finestra da cui per 17 giorni ho guardato il cielo, il sole e la vita in movimento con tutti i suoi colori, ora era il mio bivio, la mia scelta. Avevo il passato, breve a dir la verità, pieno di colori e voglia di vivere, e un futuro che mi era stato prospettato come un quadro indecifrabile tutto nero con un punto bianco, il punto bianco ero io…completamente persa nel buio.

Ero stanca, tanto stanca, erano mesi che ero piegata in due dai dolori, senza sapere il perché, piena di farmaci presi a caso, devastata dalle parole di Tizio e Caio senza una diagnosi e ora, ora la diagnosi ce l’avevo e sinceramente ne avrei volentieri fatto a meno.

Ora davanti a quella compagna dei giorni miei, la finestra, e il compagno dei giorni futuri, sempre miei, il Lupus, la scelta era a dir poco imbarazzante. Se avessi saltato dalla finestra il lupus sarebbe saltato con me e ciccia…fine dei giochi, se avessi chiuso la finestra io e lui avremmo iniziato uno di quei matrimoni combinati, non voluti, che inevitabilmente ci avrebbero portato battaglie e lotte continue con sfinimento fisico e perdite inevitabili. Ma io sono un capricorno testardo e combattivo e per nulla al mondo avrei potuto rinunciare ai miei sogni, quindi, mio non caro lupus, chiudiamola sta finestra e iniziamo a mettere i puntini sulle “I”.

IO voglio vivere, IO voglio lottare, IO voglio credere, IO voglio vedere i colori, IO voglio ballare (magari non l’acrobatico) IO voglio avere figli, IO da oggi divento una Guerriera, e per quanto tu cercherai di impormi le tue regole, sappi mio non caro Lupus che entrerò nel tuo mondo e ti stupirò in maniera saccente al punto tale che sarai costretto a dormire per lunghi periodi pur di non dover subire la mia presunzione. Sarò io a limitare i tuoi spazi e sarai tu a doverti difendere.

E GUERRA SIA.

Non andò proprio così, il mio lupo ha dormito il tempo necessario per caricarsi ben bene e dietro a una mirata e meditata strategia attaccare me, furbetta, che ogni tanto mi dimenticavo della sua esistenza sottovalutando le sue capacità infide e subdole. Mai distrarsi, il prezzo da pagare diventa inevitabilmente un trofeo per la sua collezione di pezzi umani.

Quindi oggi dopo 34 anni che viviamo insieme, ha colpito il mio cuore, non in senso poetico e passionale, si intende, ma con ferocia, e l’ha costretto a rallentare i ritmi. Poi è caduto in letargo giusto in tempo che io, con una mossa felina, colpendolo a chemio violenta, mi sono presa ciò che desideravo di più al mondo, un figlio. Il meschino, però, rendendosi conto di essere stato fregato si è accanito sui miei reni, piegandomi in due dal dolore e costringendomi a fare una biopsia per capire fino a che punto l’attacco fosse stato devastante. E della tiroide ne vogliamo parlare? Impossibile scendere a compromessi, ho dovuto cedere e abbandonare il campo. Altra anestesia altro pezzo al nemico; poi si è preso altri pezzi di me, invalidanti come donna, ma non come guerriera. Ci siamo scontrati con pause, più o meno lunghe, non senza sentire, nelle pause, la sua ingombrante presenza nella quotidianità, il suo cibo preferito, il cortisone che non ho mai abbandonato dal giorno in cui ci siamo incontrati, e poi… la grande sfida di resistere al dolore per non dargli in pasto altro cibo sublime per lui devastante per me.

Sembra una sorta di vita spericolata alla Vasco Rossi, e poi in fondo lo è. Esagerata, condizionata, come se fosse l’assoluto o l’ultimo, di quelle vite come Steve McQueen rinchiuso in una prigione con il solo desiderio di provare di tutto pur di evadere da ciò che sembra destinato essere il suo il mio mondo per il resto dell’esistenza.

GUERRIERA, mi piace il suono di questa parola, il significato, la forza che racchiude, la speranza, la gioia, la resilienza, l’amore, un concentrato di significati di percorsi emotivi, di speranze. Ogni persona che convive con una patologia cronica diventa guerriera perché non si nasce ma lo si diventa e ogni giorno aumenta la voglia di combattere, di vivere, di guardare dalla finestra del mondo tutte le sfumature di colore che esistono, oltre l’arcobaleno oltre l’infinito.

E poi c’è il cuore, quello nascosto, quello che abbraccia l’anima e danza con lei, lui che batte ogni secondo per ricordarmi che sono viva, che mi regala emozioni e palpitazioni, che mi aiuta a superare i momenti difficili, lui sa che potrà anche un giorno fermarsi, ma mai e poi mai dovrà arrendersi, perché quel giorno davanti a quella sgangherata finestra, insieme, abbiamo deciso di chiuderla, ed insieme, lui con il  battito e l’anima di conforto, ed io con la mia tenacia e la mia forza di volontà, abbiamo iniziato il nostro cammino di Santiago, e ancora stiamo camminando perché solo Dio sa quando finalmente esausta, ma soddisfatta, potrò sedermi sotto una quercia,  a leggere il libro, della mia meravigliosa vita, finalmente sola, libera e eternamente orgogliosa di essere stata guerriera in vita e orgogliosamente guerriera oltre la stessa. patty5

RACCONTO CLASSIFICATO AL 3° POSTO SAN BENEDETTO DEL TRONTO IDEA DONNA

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…il mio nemico medico…l’odissea del malato…viaggio senza ritorno

 

Non c’è nulla di peggio che sbattere contro un muro chiamato Sanità. Un muro a rimbalzo dove colui che si trova ad averci a che fare inevitabilmente torna a sé stesso, la maggior parte delle volte, ancora più malconcio di quanto lo fosse prima.

E si perché oltre al danno si aggiunge la beffa, ovvero una sorta di depressione acquisita della quale avremmo fatto volentieri a meno. L’essere non capito, da chi dovrebbe sollevarti da un problema, ha un effetto devastante sulla psiche aumentando così sia i dolori che il disagio.

Il discorso, è comunque in questo caso, generalizzato fortunatamente esistono le eccezioni che fanno in modo da risollevare la media negativa dei commenti che ogni giorno leggo sulle pagine che seguo.

Ora considerando che per le visite ogni medico ha a disposizione un tempo stimato di circa 12 minuti, e se la sora Lella entra e racconta tutta la storia della sua vita dalle origini preistoriche in poi, è normale che il tempo destinato agli altri pazienti venga notevolmente ridotto a due schizzi sulla ricetta e via, ma è altrettanto vero che non sempre chi abbiamo di fronte ha la cortesia e la pazienza di selezionare il paziente bisognoso da quello logorroico lamentoso.

E poi con che criterio il medico detto di base potrebbe mai selezionare, il suo compito è come il raccordo dell’autostrada indica la direzione da prendere e consiglia la strada più breve. Quindi la maggior parte delle volte il paziente torna a casa con una bella antologia di ricette con farmaci nuovi da provare che dovrebbero lenire il sintomo esposto senza nessuna considerazione degli effetti collaterali che lo stesso potrebbe avere.

Altro discorso per le visite specialistiche a pagamento, il tempo si accorcia, ma nella maggior parte dei casi il risultato non cambia. Ho ben poca memoria di qualcuno che sia uscito da una visita con certezze se non con ancora più dubbi di quanti ne aveva prima. Sicuramente di qualcosa si è alleggerito…il portafoglio.

Ma non voglio prendermela solo con i medici, penso che si dovrebbe seguire un corso da pazienti, ovvero una sintetica ed efficace esposizione con domande precise e mirate che possano in qualche modo sfruttare ogni minuto a disposizione togliendo ogni dubbio. Fantascienza.

In Italia, nonostante ciò che si dica e si pensi, abbiamo il miglior servizio sanitario del mondo. Un pronto soccorso gratuito e un’assistenza che prevede esenzioni per patologie croniche.

In America come in altri stati se non lavori e hai un’assicurazione o finisci negli ospedali pubblici, e non si sa se ne esci, oppure muori.

Il problema è che con l’inquinamento, il cibo, la sedentarietà e tanti altri fattori, di cui una volta non si aveva coscienza, i malati cronici e le malattie sono aumentate a un livello di 1 a 3 rendendo impossibile, anche per incompetenza di alcuni enti che dovrebbero tutelare il cittadino, il ragionevole e dovuto tempo di ascolto e risoluzione del problema.

Vogliamo tutti la corsia d’emergenza, vorremmo tutti poterla percorrere quando ci troviamo in difficoltà. Purtroppo, proprio per chi la corsia d’emergenza la percorre quando non ne avrebbe diritto, un cardiopatico rischia di dover aspettare 8 mesi per una consulenza e nel frattempo aggrappandosi alla Beata Speranza, cercare di colloquiare con il proprio cuore affinché resista paziente almeno fino al momento e l’ora della agognata visita.

Ci sarebbe da scrivere un libro, anzi un poema Dantesco, passando prima dall’Inferno, tribolando nel Purgatorio per poi avere la speranza di arrivare al Paradiso.

Ogni caso è a sé, questo è vero, ma lasciatemi sperare, che la forza che contraddistingue chi lotta ogni giorno per i propri diritti e per la propria salute, possa servire un domani a prendere coscienza che la vita non è una passeggiata e la salute non può essere beffeggiata da chi non riesce a superare la soglia della superficialità medica, fine a sé stessa e logorante, per chi avrebbe molte volte solo bisogno di una parola di speranza. Patty5

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…Io prima di te…superare le barriere dell’emotività

 

Il nostro corpo reagisce negativamente ad ogni evento che altera la quotidianità predisposta da ogni individuo. Quando le cose seguono esattamente lo schema mentale che ci siamo prefissi, tutto l’organismo gode del beneficio del rilassamento mentale e quindi fisico.

Chi convive con una patologia ha un sistema mentale molto organizzato dovendo far combaciare perfettamente le cose da fare con la battaglia che porta avanti, e siccome essa è per lo più imprevedibile nelle sue manifestazioni, buona parte delle energie vengono impiegate a risolvere o per lo meno attenuare ogni evento fisico ci si pone davanti giorno per giorno.

L’impossibilità a volte di far fronte ad impegni o doveri, porta il soggetto a uno stato di confusione e depressione temporale ove ci si sente colpevolizzati per l’impossibilità appunto di essere perfetti in quello che non tanto noi ci aspettiamo ma gli altri si aspettano da noi.

Il dover dire di no o il rinunciare ci appare come una sconfitta interiore e inevitabilmente acuisce il dolore mentale che si riversa nel dolore fisico provocando danni maggiori a quello che già esiste concretamente.

Una buona parte dei dolori è reale e tangibile, a questa però si aggiunge il carico di quel malessere che condiziona inevitabilmente la nostra mente. La soglia del dolore si abbassa e si abbassano anche le difese corporali quindi il corpo subisce un doppio colpo non riuscendo più a far fronte a quelli che sono i dolori costanti e già debilitanti da soli.

Aumenta così la necessità di sopperire,  la parte malata-non malata, aumentando le dosi di antidolorifici, antinfiammatori, ma soprattutto antidepressivi e miorilassanti.

Negli ultimi anni con la scoperta della fibromialgia, ovviamente non riconosciuta, l’abuso di questi farmaci è aumentato a livelli estremi, e non solo perché non esiste una vera e propria cura, ma soprattutto perché è il metodo più semplice per risolvere un ipotetico problema da parte dei medici.

Ma a parte lo stordimento generale questi farmaci non risolvono il problema all’origine e generano in coloro che ne fanno uso ancor più malessere della patologia stessa.

Purtroppo non tutti sono fortunati ad avere una vita regolare, serena, priva di intoppi, e soprattutto non tutti riescono a farsi capire nella loro sofferenza. Il circolo diventa vizioso e la qualità della vita in certi momenti diventa veramente sconfortante.

Il primo ed essenziale punto di rinascita siamo noi stessi, l’amore per la nostra vita, che per quanto brutta sia quella è e quindi non dico con rassegnazione, dobbiamo cercare di dare un senso a tutto ciò che effettivamente ci pare ingiusto.

Eliminare ogni elemento negativo, non dover dare spiegazioni a nessuno, usare le proprie forze e le proprie energie mentali per costruire un punto di appoggio dove ricorrere nei momenti più tragici.

Imparare a convivere con la solitudine e il silenzio ed ascoltare il proprio corpo e le sue esigenze, lottare fino all’ultimo prima di imbottirci di farmaci soprattutto quelli non salvavita, e porsi delle barriere emotive affinché nulla possa turbare l’equilibrio della nostra esistenza.

Un buon “vai a quel paese” ogni tanto ci sta soprattutto a chi dice di amarci veramente, perché se è  effettivamente così , saprà andarci con diplomazia sapendo che al ritorno riceverà in cambio una dose infinita di amore. Perché non è l’amore che ci manca, quello che ci manca a volte è la pazienza. Patty5

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et lupus ad femina… (la donna e il lupo)…raccontando ad un concorso…

 

 

Io il lupo ce l’ho dentro.

No non mettetevi a ridere, sono seria purtroppo maledettamente seria. Vive dentro di me da 35 anni e non posso mandarlo via.

Tutto ebbe inizio nel 1230 quando presso la scuola Medica Salernitana, il dottor Ruggero Frugardi coniò il termine “lupus” associandolo ai segni che lasciavano i morsi dei lupi sulla pelle dei poveri malcapitati.

Nella sua mente e a quell’epoca descrivere la ferocia di una malattia associandola al lupo deve essergli sembrata una semplificazione, di ciò che in altro modo non riusciva a vedere, se non con quell’immagine. Non penso che si sia posto il problema di come il mondo in futuro avrebbe potuto reagire alla definizione Lupus in malattia.

Anche se qualcuno prima di lui, in un testo del X secolo, raccontò di una miracolosa guarigione riferita a Eraclio vescovo di Liegi che segnato da evidenti e malevoli segni sul corpo riuscì a guarire completamente, da quello che allora era considerato morbo mortale della pelle, in quello specifico caso però, e per mezzo di potenze superiori si parlò di miracolo divino.

Mi viene da chiedermi a quale Santo si sia rivolto. Non c’è da sapere, purtroppo.

Comunque nel passare del tempo due dermatologi passati alla storia, Hebra e Kaposi confermarono che quello che era stato descritto da Ippocrate come Herpes esthiomenos ed era poco di meno che quello che ancora oggi mi porto a spasso come marchio dentro e fuori.

Ora una domanda nasce spontanea, come si poteva sopravvivere, prima dell’introduzione, di quello che oggi è il farmaco base, naturalmente associato ad un’altra ampia varietà di pilloline colorate, in tempi precedenti al 1948?

Non si sopravviveva a meno che tutta l’umanità colpita fosse stata cosparsa dal miracolo di Eraclio e del suo santo protettore. Io il miracolo ancora l’attendo, ma non perdo né la fede né la speranza.

Ora torniamo a me che convivo con il lupus, credetemi non fa paura, la paura più grande sono le persone che non capiscono, la cattiveria della gente che non capisce e non vuole capire.

Avevo 20 anni e un futuro tra le mani, avevo già da lottare contro invidia e gelosia, ma mai mi sarei aspettata di doverne subire pure per qualcosa che mai avrei immaginato di incontrare nella mia giovane vita. Tutto arrivò come uno tsunami a sconvolgere la mia esistenza. La malattia fu nulla a confronto di come mi venne comunicata, a come le persone cominciarono a guardarmi, come mi sentii di colpo diversa.

Ma diversa da chi? Io ero la stessa, lo ero dentro e fuori, ma l’essere umano sa dove colpire quando abbassi la guardia, e lo sa fare molto bene, con una sottile crudeltà che ferisce l’anima più di qualunque altro segno che tu possa portare sulla pelle.

Con la malattia ci potevo convivere, la potevo dominare, curare, dargli le attenzioni giuste per tenerla a bada. Ma le persone erano un nemico inaffrontabile.

Allora la mia difesa divenne la solitudine, si quella dell’anima. Chiusa nel mio bozzolo di orgoglio e paure, di pianti e coraggio, di luce e buio, di voglia di vivere e di morire. La solitudine mi ha difeso per 35 lunghi anni di vita fino al giorno in cui ho deciso di diventare farfalla.

Ho tolto lo scudo che mi teneva avvolta dentro a silenzi e bugie, per non dover giustificare le assenze, le mancanze, le rinunce, ed ho liberato me stessa e la mia anima urlando al mondo quella che ero e che sono sempre stata.

Una guerriera solitaria, una donna con il Lupus. E allora meglio un lupo per amico che un amico lupo.

Sono una farfalla, sono fragile, non ho misura di tempo, non posso sapere, ma sono libera, bella e felice. Io non ho paura, non più, voglio che il mondo mi guardi per ciò che io mi sento, non c’è rete che possa catturarmi, non finirò in una teca per essere osservata, non mi feriranno e non mi fermeranno più…volerò fino a quando alla fine del tempo sorriderò felice di essermi liberata dalla solitudine, dal lupus e dai lupi mannari. patty5

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…tre racconti da 100 parole…non occorre di più…

 

LUPUS IN FABULA

Ti svegli una mattina conscia del fatto che nulla e nessuno nella maestosa vita da ragazza piena di sogni possa minare il sentiero della vita che hai disegnato dentro le fantasie di vent’enne.

Poi arriva lui, la bestia. Il lupo quello del quale avevi solo sentito parlare nella favola di Cappuccetto Rosso.

Non è una favola ma una malattia. Il lupus e tutto cambia, ti arrendi e convivi, ma non permetti che distrugga tutti i sogni. Combatti diventi guerriera e ricominci. Sogni diversi, sogni importanti, li realizzi e ti rendi conto che la vita è ugualmente bella.

 

IL BUIO

La vita non l’ho mai capita, non l’ho riconosciuta, non ne ho sentito il sapore, gli odori, i colori fino al giorno in cui cieca ho dovuto arrendermi al buio. Ho imparato a sentire i rumori, a toccare le sfumature, a disegnare con la mente, ho imparato ad ascoltare ciò che non volevo sentire per egoismo, per distrazione per pigrizia.

Ho imparato a guardare l’oltre, ove credetemi, esiste tutto ciò che agogniamo, perdendoci negli sguardi vuoti della nostra esistenza di osservatori distratti.

Il vero buio è solo dentro di noi.

 

AMORE VIOLATO

Porto le cicatrici sulla pelle, ma non mi fanno male. Mi ricordano che sono viva, mi ricordano che sono oltre. Porto le cicatrici dentro il cuore, quelle che nessuno vede e che sono indelebili, quelle sì che fanno male, mi ricordano a quanto credessi nell’amore. Credessi era il verbo da usare, perché oggi io credo nell’amore, quello vero, sano, dolce e delicato, rispettoso e umano, oggi io ho ricominciato a guardare la mia pelle e credere che quei segni non sono che tatuaggi sbagliati di pensieri malati.

Oggi io credo in me e in te, che mi tieni per mano.

racconti vincitori raccolta antologia 100 PAROLE UNA STORIA Montegrappa Edizioni Roma ottobre 2019

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