LA PAURA E IL CONDIZIONAMENTO MENTALE…GLI EFFETTI NEGATIVI IN PATOLOGIE AUTOIMMUNI E NON SOLO…

 

L’essere umano è stato creato, oltre che del corpo, di una mente e in una parte di questa si trova posizionata una ghiandola che regola le emozioni. Questa piccola ghiandola chiamata amigdala è un elemento fondamentale poiché impedisce al corpo di essere un automa privo di sentimenti e sensazioni. A nulla servirebbero i 5 sensi se con ognuno di esso non potessimo provare stimoli come il freddo il caldo e ciò che ci provoca, l’odore di un fiore e i ricordi che suscita, un rumore che evoca gioia o spavento, il tatto delicato di una carezza che stimola una vibrazione, o il guardare il tramonto e sentire un senso di pace.

Tutto questo viene generato dalle emozioni belle o brutte che esse siano, ed è qui che in questo brutto periodo si concentrano tutte le nostre ansie, annebbiando tutte le sensazioni positive e mandando stimoli negativi che influiscono inevitabilmente sul nostro corpo.

In questo periodo di quarantena sono state scoperte altre forme di emozioni umane magari sopite dalla quotidianità e accantonate in angoli nascosti, ma resta il fatto che alla base di queste distrazioni quotidiane, dal cucinare, al cucire, al leggere, al guardare un bel film rimane un sintomo primario che attira in ogni momento la nostra attenzione ed è il sintomo più devastante LA PAURA.

La paura come elemento dominante è devastante al pari di un attacco a sorpresa dal quale se ne esce sconfitti per mancanza di armi di difesa. La paura genera ansia, l’ansia scatena il cortisolo, il cortisolo si riversa nel sistema immunitario il quale a sua volta potrebbe scatenare reazioni alle patologie autoimmuni.

Come superare l’ostacolo paura? Difficile e molto personale ma non impossibile. Innanzitutto bisogna lavorare su noi stessi e sui segnali che il nostro corpo ci manda conoscendo la nostra situazione e la nostra patologia, evitare di lasciarci condizionare da ogni notizia negativa, da voli mentali nefasti e da previsioni negative. Il rischio per gli autoimmuni è pari al rischio di un soggetto sano anzi forse (in base alle nuove disposizioni di cura Covid) ancora meno se si sta assumendo immunosoppressore o idrossiclorochina poiché questi farmaci fanno parte della terapia domiciliare

Questo non vuol dire che non ci dobbiamo pensare e dobbiamo abbassare la guardia,ma semplicemente che non deve diventare il nostro incubo quotidiano o il motivo per scatenare sintomi che normalmente non abbiamo o che in condizioni normali, riusciamo a gestire con la positività

Il pensare costantemente che non vogliamo prendere il virus, agisce secondo la legge d’attrazione esattamente al contrario, questo non vuol dire che prenderete il virus ma certamente non vi aiuta a vivere serenamente e ad affrontare questi giorni difficili per tutti, molto più difficili  per gli autoimmuni, che non possono contare neanche sui punti di riferimento (i medici) che comunque fanno da barriera protettiva per le emozioni. Il sapere di poter contare in un medico nel momento del bisogno fa sì che non ce ne sia bisogno.

Oggi questa certezza ci è negata, e questo è ulteriormente motivo di ansia e paura. La lingua va dove il dente duole…quindi la paura va dove trova il vostro punto debole e in questo caso sul nostro sistema immunitario scatenando reazioni che in condizioni normali non verrebbero fuori.

E ‘la paura il nemico non il virus. Al virus bastano le mascherine, i disinfettanti, la distanza sociale…alla paura serve una bella dose di ottimismo e di forza di volontà per sconfiggerla e rendervi più combattivi e forti.

Se avete problemi contattate il medico di base e il reumatologo che vi segue, evitate se potete di andare in ospedale se le visite sono solo di controllo si possono rimandare o fare esami in centri convenzionati sicuri e inviarle via email al reumatologo se si necessita di un cambio terapia, non sospendete le terapie se non sotto indicazione medica, non assumete farmaci su consiglio che non sia del proprio terapeuta.

State il più possibile serene, uscite per fare la spesa senza timore e con le dovute precauzioni, sorridete, amatevi e ricordate che le nostre battaglie sono molto più impegnative di un virus, le nostre battaglie sono costanti, limitanti e per tutta la vita e se non ci ammazzano quelle non ci ammazza un virus arrivato da chissà dove con quali pretese,

Positività, amore, voglia di vivere, resilienza e un rossetto rosso Chanel n. 22 un abbraccio a tutti (virtuale si intende) PATTY5

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…una storia nella storia…la quarantena, i libri e la gioia di vivere… LA TEMPESTA racconto di Ludovica Fusca…

LA TEMPESTA
All’improvviso, il mondo si è fermato.
La mia vita (in realtà non credo solo la mia…) è stata stravolta. Non potevo
più andare a scuola, vedere i miei amici o uscire di casa e i miei genitori
smisero di andare a lavorare.
Restare chiusi in casa per una bambina di otto anni è come una condanna.
La mia vita all’interno delle mura domestiche non esisteva… e sembrava
così noiosa! Ma sia i miei genitori che Lucia, la mia sorella maggiore, mi
dicevano di portare pazienza, che prima o poi sarebbe finita se tutti
fossimo rimasti in casa e che per il momento né io, né Lucia né nessun
altro aveva il permesso di vedere gli altri. Ma non capivo bene il perché…
c’era una tempesta in arrivo?
Una sera lo chiesi a Lucia, che rise non appena sentì la mia teoria.
“Ma no, sciocchina!” mi disse, “è che in giro c’è un male che ancora non
conosciamo bene. Per qualcuno è fatale e siccome si sta cercando di capire
di cosa si tratti dobbiamo restare a casa. In questo modo eviteremo di
ammalarci anche noi o di trasmettere il male agli altri.” Lucia mi spiegò
anche come funzionano dei piccoli esserini cattivi chiamati virus. Ho
pensato che devono essere proprio cattivi! Chissà come mai fanno del
male…
“Quindi non ci dobbiamo preparare all’arrivo di una tempesta?” le chiesi.
“Be’, in un certo senso sì, ma non il genere di tempesta che intendi tu”
rispose. “Che ne dici, mangiamo le patatine guardando un film?”
Quella che i miei genitori e Lucia chiamavano quarantena era molto
noiosa. Dopo giorni passati a giocare e a guardare la TV non ne potevo
più. Volevo uscire! D’altronde i bambini ne hanno bisogno! Volevo essere
libera, libera di correre nei parchi, di giocare a pallone e di andare a
scuola! Sì, mi mancava la scuola! Ed ero arrabbiata perché uno di quei
virus non mi permetteva di fare quello che volevo!
Una sera capii perché era il virus a decidere: si chiamava coronavirus. Era
quindi un re, ma un re cattivo, che ci aveva ordinato di non uscire
altrimenti saremmo morti tutti!
Ma anche Lucia non ne poteva più. Lei ha diciotto anni e le sarebbe tanto
piaciuto andare a fare una passeggiata…
Una volta, dopo pranzo, andò a buttare la spazzatura. Chiesi a mamma se
potevo andare con lei e mi diedero il permesso, purché non mi staccassi da
lei. Io sono una bambina obbediente e feci come mamma mi aveva detto.
Era primavera, io fiori stavano sbocciando e l’aria era frizzantina… e mia
sorella aveva l’allergia. Papà diceva che soffre di una cosa detta asma e per
questo tossiva.
Non appena fummo fuori Lucia iniziò a tossire un po’. Buttammo il sacco
nel cassonetto e ci fermammo un momento a guardare gli alberi.
Un signore stava camminando e io pensai: “Perché lui può uscire e noi
no?”, ma qualcosa lo colpì. Si girò di scatto verso di noi e guardò Lucia,
che stava tossendo, spaventato. Poi le disse: “Mi dispiace per te” e corse
via. Lucia era sbalordita e io mi chiedevo cosa volesse dire quel signore.
“È solo asma…” urlò lei, ma lui era già lontano.
Una volta alla TV avevo visto un sacco di persone ammucchiate fuori dai
supermercati, e mi chiesi di nuovo perché non potevo uscire. Ero
disperata!
Poi mia sorella entrò e spense la TV. Si sedette sul divano accanto a me e
vidi che aveva un libro in mano. Ero incuriosita.
“Voglio raccontarti una storia” disse Lucia, e mi mostrò il libro: La
Tempesta di William Shakespeare. Era famoso! Chissà di cosa parlava quel
libro?
“Inizia con ‘C’era una volta’, vero?”
“No.” Come poteva una storia non iniziare con ‘C’era una volta?’
“Inizia con un naufragio” mi disse Lucia. Che cosa triste!
“Ma non è da qui che voglio partire. Tanto tempo fa, a Milano vi era un
duca e mago di nome Prospero…’’
“Ma c’è anche una principessa in questa storia?’’ Chiesi io impaziente.
“Sì, c’è una principessa’’
“E Prospero usava la magia?’’
“Sì, Prospero usava la magia. Antonio, il fratello di Prospero, gli rubò la
corona! E Prospero e sua figlia Miranda, la principessa della nostra storia,
furono esiliati su un’isola abitata da tanti spiritelli… riesci a
immaginarla?’’
Io chiusi gli occhi e le dissi: “Sì, riesco a immaginarla! Ma è piccola o
grande?’’
Lucia rise. “E’ come la vuoi tu. Tra questi spiritelli c’era Ariel, servitore di
Prospero, che aspirava tanto a riavere la sua libertà. Poi c’era Caliban, che
oltre ad essere schiavo, era figlio di una strega, ed era veramente brutto!’’
Io feci una smorfia immaginando il brutto Caliban.
“Vicino all’isola ci fu un naufragio, provocato da Prospero.’’ continuò
Lucia “A bordo della nave c’erano Antonio, il suo complice Alonso con
suo figlio Ferdinando, Sebastiano e Gonzalo, che aveva invece aiutato
Prospero a fuggire. Prospero, grazie alla sua magia, separò i superstiti. Ma
sull’isola c’erano anche… Trinculo e Stefano! Due marinai. Degli
ubriaconi! Loro cercavano il vino sull’isola! E… oh, ma che sciocca! Mi
sono dimenticata di dirti che Alonso era il re di Napoli! E Ferdinando suo
figlio era un principe.’’
I miei occhi si illuminarono: “Ma allora il principe sposa la principessa!’’
“Cosa ti racconto a fare le storie se già sai come andranno le cose?’’
“Oh no, ti prego! Continua a raccontare!’’
Lucia si finse offesa, ma rise e disse: “E va bene! Sì, Miranda e
Ferdinando infatti si innamorarono a prima vista… e alla fine si
sposeranno unendo i loro regni. Nel frattempo, i malefici piani di Antonio
verranno a galla. Be’, alla fine della storia ognuno avrà ciò che si merita:
Prospero tornerà ad essere il duca di Milano, Miranda e Ferdinando
staranno insieme e i cattivi della nostra storia saranno perdonati… Stefano
e Trinculo… loro non faranno un gran figura! Caliban, maltrattato dai due,
comprende la nobiltà d’animo di Prospero e gli giura fedeltà. Infine non
dimentichiamoci di Ariel… renderà un ultimo favore a Prospero: mare
calmo per la nave che lascerà l’isola. Dopo di che, sarà libero. E poi leggi
qua! Prospero chiede al pubblico di liberare gli attori con un applauso!
Non trovi che sia bellissimo? Veramente tutti fanno parte della storia, e
tutti svolgono un compito importante!’’ Lucia poi sospirò sorridendo.
“Giochiamo alla Tempesta?’’ le chiesi io.
“Amelia, non ho voglia di giocare.’’
“Ma io sì! Leggiamo il libro e nel frattempo giochiamo!’’, ma lei proprio
non ne aveva voglia. “Ti preeeego sorellona!’’
Alla fine si arrese.
“E va bene, ma a due condizioni: stasera mi lascerai leggere tranquilla i
miei libri…’’
“Sì lo prometto!’’
“e poi voglio che tu rifletta: non ti sembra che quello che stiamo vivendo
adesso e La Tempesta siano molto simili?’’
Non capivo cosa volesse dire.
“Pensaci: la tempesta non è forse l’emergenza che stiamo vivendo? Siamo
naufragati, forzati a rinchiuderci nelle nostre isole… o case. Come Ariel
aspiriamo alla nostra libertà che ci manca terribilmente… siamo arrabbiati
come Caliban! Guardiamo gli altri con sospetto… ma siamo in grado di
perdonare e la nostra gioia di vivere, la stessa che anima Trinculo e
Stefano, ci aiuta a tenere duro! E alla fine, l’amore vincerà, e noi
torneremo ad essere liberi! Non smettere di sperare, piccola!’’, poi mi tirò
la guancia sinistra. Odio quando fa così, e lei lo sa benissimo!
“Dai, vuoi venire con me a scegliere un libro dopo cena?’’
Mi divertii un sacco giocando alla tempesta con mia sorella.
E durante quella quarantena forzata scoprii anche la magia di evadere
attraverso i libri.
Ludovica Fusca, 18 anni, studentessa, OrbassanoStorm Dennis hit with strong winds across the UK

 

…intestino e polmoni piccole regole per aiutare l’organismo a superare lo stress di questi giorni difficili…

Iniziamo dalle basi fondamentali per aiutare il nostro organismo a superare meglio questo periodo difficile per tutti ma soprattutto per chi soffre di patologie autoimmuni e respiratorie.

Le basi fondamentali per aiutare in maniera naturale il nostro corpo in queste giornate di quarantena sono legate principalmente a un buon funzionamento intestinale a una buona pulizia delle vie respiratorie, polmoni e cavita orofaringee. Lo stare a casa ci porta inevitabilmente ad abusare di cibi che normalmente non introduciamo nella nostra alimentazione quotidiana o per lo meno non tutti insieme. Questo può creare dei problemi all’intestino costretto a lavorare in maniera eccessiva e al fegato affaticato per lo smaltimento stesso delle sostanze ingerite. La buona regolarità intestinale è necessaria e fondamentale per far sì che non si formino batteri che potrebbero creare delle infezioni e i famosi mal di pancia. L’ intestino inoltre è considerato il nostro secondo o addirittura per alcuni il primo, cervello. Tutto parte da lì, se lui sta bene tutto il corpo ne beneficia. Calcolate e prendete in considerazione inoltre che l’intestino contiene il 70 per cento del sistema immunitario quindi è proprio da lì che comincia la nostra salute generale. Molte patologie immunitarie partono proprio da un deficit dell’intestino, stipsi, diarrea, colon irritabile, morbo di crohn ecc… Inoltre la nostra personalità e il nostro umore dipendono proprio dalla salute della flora batterica e dalla serotonina (ormone del benessere) che viene prodotto per il 95 per cento dall’intestino.

Alimenti che sono dannosi e perché:

  • i medicinali responsabili dei batteri buoni tipo antibiotici e vaccini poiché possono rimanere permanentemente nell’intestino
  • zuccheri raffinati e alimenti ricchi di zuccheri che alimentano i batteri cattivi prevaricando su quelli buoni causando mutazioni batteriche come nel caso della Candida, inoltre è infiammatorio per le pareti perché può creare un ambiente acido
  • farine raffinate (farina bianca) possono creare incrostazioni all’interno della parete intestinale prolificando così batteri e tossine che creano un luogo ideale dove accumularsi
  • cibi non salutari i così detti industriali o fast food che contengono conservanti ed esaltatori di sapidità
  • occorre masticare molto bene e non ingerire bocconi interi che rallentano la digestione causando fermentazione e putrefazione –

I sintomi per riconoscere se un intestino è in sofferenza sono:

intolleranze alimentari-stitichezza o diarrea- digestione lenta- carenza di nutrienti- gonfiore-stanchezza-umore pesante- tendenza ad ammalarsi facilmente- alito pesante- candida-emorroidi-diverticolosi-malattie in attivazione nei punti deboli soprattutto chi ha patologie autoimmuni già in corso.

Come tenere pulito l’intestino oltre a quello consigliato sopra

.A parte i metodi un po’ invasivi come lavaggio del colon e Enteroclisma i metodi più sani e naturali sono gli estratti di frutta e verdura: il succo di carota e spinaci è uno dei più indicati per ripulire l’intestino, i semi di lino sono ottimi spazzini intestinali poiché lubrificano le pareti, vanno tritati e macinati messi in un bicchiere d’acqua tiepida e lasciati riposar e la notte la mattina bere tutto il contenuto. Semi di chia creano un gel nell’intestino che pulisce le pareti dalle scorie possono essere messi anche nell’insalata o cibi crudi.   I principali alimenti naturali per purificare intestino: broccoli, spinaci, verza, prezzemolo, rucola, cicoria, cime di rapa e lattuga (verdure ricche di clorofilla)cipolla, aglio, alimenti probiotici lactobacilli e alimenti prebiotici contenenti fibre quali frutta come mele e kiwi, fragole e agrumi. Aceto di mele da sostituire all’aceto di vino che favorisce la prolificazione dei batteri buoni- Tisane a base di senna o malva, finocchio curcuma, ma anche the verde con limone a pezzi e zenzero per chi può prenderlo anche la tisana alla liquirizia è un ottimo depuratore attenzione però perché la liquirizia alza la pressione e non tutti possono utilizzarla. BERE ALMENO 8 BICCHIERI DI ACQUA AL GIORNO. Evitate se potete tutti gli integratori composti chimici che non garantiscono le giuste cautele per intestino e per la sua regolare funzionalità.

Ora passiamo ai polmoni che in questo periodo sono al centro dell’attenzione vista la situazione in cui ci troviamo quindi è necessario dedicargli molta attenzione e cura.

Più o meno la dieta per l’intestino resta valida anche per i polmoni integrando alcune regole che facilitano la pulizia anche del muco principale responsabile delle infezioni respiratorie.

Eliminare i latticini che vengono assimilati molto lentamente dal corpo e producono muco nell’organismo, gli zuccheri idem. L’acqua calda favorisce lo scioglimento e il drenaggio delle tossine, per questo è consigliato di consumare bevande calde durante la giornata principalmente a base di zenzero, cannella, pepe di cayenna, curcuma, chiodi di garofano, cumino, anice stellato, alcune possono essere consumate anche nei cibi sono ottimi antiinfiammatori naturali e drenanti di muco. Il miele ottimo alleato per dolcificare ogni bevanda.

Una colazione con un succo di carota e spinaci insieme è una vera meraviglia per i vostri polmoni anche se non proprio invitante. Succo di pompelmo (attenzione lontano dall’assunzione di medicinali poiché ne annulla l’effetto) e succo d’ananas sono antiossidanti attivi che sciolgono il muco. Succo di mirtillo che attiva anche la circolazione visto che in questi giorni costretti a stare a casa. Per chi ne avesse o puo’ procurselo in farmacia o erboristeria i Sali di Epsom /detto anche sale inglese/ nell’acqua del bagno eliminano le tossine attraverso la pelle e la sudorazione.

E poi come dai tempi che furono i suffumigi che si possono fare solo con acqua e bicarbonato con foglie di rosmarino o con olio essenziale di eucalipto o menta da 5 a 10 gocce respirando con un asciugamano sulla testa.

Una regola per i fumatori è necessaria, sappiate che chi fuma ha un fabbisogno maggiore di vitamina C perché il fumo neutralizza i radicali liberi e la quantità che ingeriamo quotidianamente non è pari a chi non fuma, quindi a maggior ragione vanno consumati cibi che la contengono ( 1 kiwi è pari al fabbisogno giornaliero quindi proporzionalmente fate voi integrando un kiwi con un agrume e con una lattuga avrete la dose necessaria per contrastare la carenza)

Altro consiglio utile è tenere le vie respiratorie pulite con lavaggi nasali con acqua e sale tramite supporto apposito facilmente acquistabile ed economico o soluzioni saline acquistabili in farmacia, effettuare gargarismi disinfettanti per la gola anche con solo acqua e aceto.

Tutto questo è valido non solo in questo periodo particolare ma anche per evitare semplici influenze o raffreddori stagionali.  Ora non avete più scuse siete a casa prendetevi cura del vostro corpo e lui vi ringrazierà soprattutto evitate di accumulare tensione e stress che sono i primi nemici in questo momento di gravi difficolta per chiunque ma soprattutto per chi deve gestire già di suo una patologia.

Più tenete il vostro corpo in condizioni ottimali più probabilità avete di non contrarre infezioni e malattie di qualsiasi genere e soprattutto di non scatenare quelle già esistenti.

Non guardate la tv in continuazione con notizie che allarmano tenetevi aggiornati la sera e per il resto cercate di distrarvi ascoltando musica, leggendo e cucinando piatti genuini che appagano il corpo e l’anima-

ANDRA’ TUTTO BENE SE CI VOGLIAMO BENE…PATTY 5

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Un angelo tra le nuvole…l’anoressia non è pazzia, ma una malattia dell’anima.

 

Quante volte ho guardato al cielo
ma il mio destino è cieco e non  lo sa…(Renato Zero)

Mai ho visto un cielo così azzurro, piccole e sparse nuvole morbide e soffici mi accarezzano dolcemente, sono leggera come una piuma, no non voleva essere una metafora e che ora tutto il peso che mi portavo nel cuore fluttua leggero così come la mia anima.

Sono Fabiola ed ho 26 anni, già dal primo vagito ho mostrato il mio carattere deciso e ribelle, ero la prima figlia e questo ha destabilizzato i miei genitori. Dormivo poco, strillavo tanto, il che faceva pensare ad una futura carriera canora ma così non fu.

Comunque visto che non danno in dotazione un manuale delle istruzioni ai neo genitori, superarono questo primo scoglio alternandosi nel tenermi in braccio, posto per me alquanto confortevole.

I primi problemi li ho creati nel momento in cui quelli strilli dovevano essere modificati in parole e frasi di senso compiuto, quindi ad iniziare dalla materna si evinsero le prime difficoltà per proseguire alla primaria, dove era necessario applicarsi nei vocaboli, qualcuno anzi ancor prima mia madre, insegnante appunto, si rese conto che qualcosa non andava.

E fu lì che incontrai per la prima volta un camice bianco. Il primo di una lunga e infinita serie.

Fu anche l’inizio di un sentimento che a quell’età non riconosci, il bullismo, le prese in giro, gli scherni, l’allontanamento. Emozioni e rifiuti che inconsciamente ti porti dentro come ferite che non rimarginano mai ma che appaiono nel corso della tua esistenza come pugnali minacciosi.

Ero piccola ma è proprio a quell’età che non si dovrebbe conoscere il dolore, l’odio, la rabbia, la cattiveria, le differenze, l’indifferenza. Ed è proprio a quell’età che dentro un cassetto si ripone il torto subito e si apre il rifiuto. Quel sottile filo tra fantasia e realtà che ancora oggi le persone non comprendono.

Certo che io proprio fortunata non lo sono stata, a 12 anni poco prima della famosa fase adolescenziale mi beccai una broncopolmonite da urlo, sai quelle che stroncano un cavallo, risultato una vagonata di medicinali compreso il cortisone che mi fece assumere le sembianze di un pesce palla, arrivai a mangiare ogni cosa fosse commestibile fino a pesare 80 kg, mia madre avrebbe potuto tappezzare una parete con le carte delle caramelle gommose. Oggi non so se fosse solo colpa del cortisone o se già il cassetto del torto si era aperto facendomi entrare nella fase del “che me ne importa, faccio ciò che voglio”.

Sta di fatto che dovevo iniziare le superiori e questa cosa mi inquietava non poco. Tutte ste vamp semi modelle, con la puzza sotto il naso, magre e appariscenti fecero in modo che la mia autostima scendesse al di sotto del piano terra di almeno due livelli.

C’era solo un modo perché potessi risalire, dovevo smettere di mangiare.

E fu li inconsapevole del danno che stavo per creare che venne fuori nuovamente il mio essere “fai da te”. Piena della mia convinzione di dovermi riscattare ad ogni costo dei torti subiti, incominciai a guardarmi come realmente ero e piano piano ad immaginarmi come avrei voluto essere.

Dentro di me avevo veramente accumulato mentalmente ogni sofferenza e inconsciamente iniziai a riversarla in quello che consideravo non più un corpo ma un involucro tutto il mondo attorno non mi apparteneva e le parole che mi venivano dette erano sospiri di vento passeggeri e inutili al mio obiettivo.

Non so come sia iniziato, mangiavo poco o niente e solo quello che volevo io, facendo impazzire mia madre che ogni giorno cercava di propormi cibi diversi e succulenti, barando anche sulle dosi e i condimenti ma io nulla. Ero sicuramente insopportabile e sempre più irascibile soprattutto durante i pasti che erano un vero e proprio supplizio.

Stavo raggiungendo buoni risultati nel perdere giorno dopo giorno peso, solo che secondo il mio criterio di giudizio, era troppo lenta la discesa e allora decisi di vomitare, l’avevo letto su un articolo, le modelle vomitano, prendono diuretici e purganti prima delle sfilate. E allora entrai ufficialmente nel club delle anoressiche, e la cosa peggiore era che ne ero fiera, come se avessi conquistato una vetta impossibile.

Finì così il primo anno di superiori, mi piaceva studiare e lo facevo con passione, ma avevo un altro pensiero fisso il cibo, ormai nemico totale e pensiero costante. I miei genitori mi portarono da un nutrizionista, ascoltai tutto come si ascolta una lezione noiosa e una volta uscita, sempre più determinata nei miei obiettivi dichiarai apertamente che avrei mangiato quello che volevo e basta.

Fu la volta di uno psicologo in seconda superiore, dietro anche segnalazione di tutte le persone che  frequentavo, ormai preoccupate dalle mie condizioni fisiche visibili e delle quali io non avevo percezione. Io stavo bene, i malati erano loro con le loro paranoie. Ero riuscita a svicolarmi anche da questa cosa e così pure dal neurologo e addirittura neuropsichiatra, nessuno capiva che io finalmente stavo bene, perché nessuno riusciva a capirmi. Ero sola.

Il mio mondo era leggero, io ero leggera eppure mi vedevo ancora grassa, il mio cervello era ancora pieno di grassi saturi che scatenavano sul mio corpo quei rotoli odiosi che vedevo riflessi allo specchio, no non erano ossa era grasso, maledetto grasso che nonostante mangiassi poco o niente e vomitassi ogni giorno non voleva abbandonarmi. Mai avevo odiato così tanto. Smisi pure di bere convinta che anche l’acqua mi facesse gonfiare.

Mi portarono a peso, e si fa per dire, in una clinica per disturbi alimentari dove dovevo seguire un protocollo per 3 mesi, dovevo essere nutrita ed idratata se no rischiavo la vita, così dissero ai miei genitori. Non ebbi la forza di rifiutare dovetti temporaneamente accettare per poi essere cacciata dopo un mese perché nonostante i controlli riuscivo a mangiare e vomitare. Mi portarono direttamente in ospedale ero ormai al limite ma lì non curavano il mio “non voler mangiare” ma il mio corpo debilitato dopo di che mi rimandarono a casa. Tutti volevano che accettassi il cibo come medicina, non avevano capito nulla, se il cibo era mio nemico come potevo accettarlo come medicina?

Fui ricoverata in 6 cliniche per disturbi alimentari, e fui mandata via anzi fui indirizzata in ospedale visto che ogni volta peggioravo ancor di più di quando fossi entrata. Un calvario per tutti e soprattutto per me che non capivo tutto questo accanimento visto che io stavo bene.

Ora che riesco a vedere meglio la mia situazione mi rendo conto di quanta indifferenza, di quanta poca empatia nel gestire le situazioni, di quante ragazze come me vengono considerate “un caso” e non una persona.

All’ultimo ricovero tentarono il tutto per tutto. Era una specie di grande fratello, controllata 24 ore su 24 e supportata da un’equipe multidisciplinare, psichiatra, psicologo, nutrizionista. Avevo un altro nemico, la sacca per l’alimentazione artificiale dentro la quale facevano scorrere un liquido biancastro pieno di nemici, vitamine, grassi, proteine, zuccheri. Ebbi di nuovo un sentimento di odio crescente e di rabbia impotente.

Nel frattempo l’unica cosa che mi dava gioia era studiare. Lo facevo come potevo e quando potevo cercando di non rimanere indietro e supportata dai professori che vedevano in me una mente e non un corpo da giudicare.

Non vomitavo più ma di notte svuotavo la sacca del cibo di nascosto e così raggiunsi un compromesso tra la forzatura e la volontà. Tutto naturalmente tra me e me.

Questo mi portò però ad avere delle infezioni e a dover combattere con un brutto batterio che era entrato nei polmoni andando a peggiorare ulteriormente le condizioni fisiche già debilitate. Ma io ero determinata e mi sentivo forte, peccato che il mio corpo non lo era altrettanto.

Tra un ricovero e l’altro con i miei 40 kg superai brillantemente la maturità e fui orgogliosa di me stessa, finalmente avevo ragione io. Forte e determinata ma ancora troppo sovrappeso secondo la mia testolina, oggi posso dirlo, malata.

Finalmente ero maggiorenne, nessuno poteva più obbligarmi a fare ciò che non volevo ed io volevo andare all’università indovinate quale? Psicologia ma non nel mio paese ma bensì a Roma. Volevo una nuova sfida, dimostrare a me stessa e a tutti che ero in grado di badare a me e che stavo bene, cosa che loro non volevano capire. Ma io non stavo bene, e tutto il mondo aveva ragione. Volevo scappare per essere libera e non controllata dal mondo che non riusciva a capirmi.

Mi trasferì a Roma presi una casa in affitto e iniziai l’università. Fu bellissimo l’università mi piaceva tantissimo e diedi 8 esami in un anno ma nel frattempo diedi anche 10 kg alla bestia che mi logorava il cervello e crollai.

Fui ricoverata in ospedale con a mala pena 30 kg di peso sembravo una radiografia e anche la mia psiche era devastata, nonostante tutto mi dimisero e continuai fino alla fine dell’anno accademico.

Non potevo più stare da sola e i miei genitori mi riportarono a casa dove continuai a studiare spostandomi solo per dare gli esami a Roma accompagnata da qualcuno. Esami che superai sempre brillantemente perché nella mia vita esistevano ormai solo più due cose lo studio e il cibo,

Un altalenarsi tra il bene e il male e io vivevo ogni giorno come quando si ha un angelo su di una spalla e il diavolo dall’altra senza rendermi conto che la vittima ero sempre e solo io.

Finì diverse volte in ospedale, ma avevo imparato a scappare vagando di notte sola per le stazioni di Roma e nonostante mi stessero cercando tutti io mi sentivo forte del fatto che ero maggiorenne e potevo fare tutto quello che volevo. Mia madre era il mio incubo peggiore, mi trovava sempre, arrivai ad odiare anche lei. Ma non ero io, era la bestia che mi comandava a farmi dire o pensare il peggio di tutto e di tutti,

Ormai gli ospedali non mi volevano più ero un peso, per me una grande soddisfazione almeno mi avrebbero lasciata in pace finalmente. La mia anima era l’unico peso che mi portavo addosso come un fardello, ormai sentivo che nessuno sarebbe stato in grado di entrare nelle profondità dei miei pensieri e delle mie ragioni.

Volevo studiare, volevo laurearmi, volevo fare la psicologa per far capire al mondo che le persone come me non sono pazze ma qualcosa va storto nel loro essere e la realtà viene stravolta e che una volta che la bestia si impossessa del tuo cervello la lotta diventa impari, lei era più forte ed io oltre alle medicine che rifiutavo come ulteriori nemici, avevo solo lo studio e la volontà di farcela a raggiungere il mio obiettivo.

Se solo qualcuno non mi avesse guardata con gli occhi ma con il cuore forse sarebbe riuscito ad entrare dentro il mio essere e liberare la mia anima. Ma ormai ero un caso, abbandonata dagli amici, derisa dalla gente, allontanata dai medici, supportata solo dalla mia famiglia alla quale sentivo di aver dato un peso che non meritavano ma del quale amore non riuscivo a nutrirmi.

A volte volavo, con il corpo e con la mente, ero leggera e libera abbracciata ad un albero di ciliegie rubandone i frutti e golosamente assaporandone il gusto dolce e delicato, a volte mi immaginavo in un immenso prato circondata da fiori colorati con i miei libri e una montagna di dolci fatti in casa dalla mia mamma sparpagliati su una tovaglia bianca a volte mi vedevo nel tunnel e al fondo non c’era nessuna luce,

Ero io sempre io con le mie paure e con le mie speranze, con tanta voglia di crescere e di fare ma la forza cominciava a mancarmi e così cominciava anche a mancarmi il fiato. Mancava poco veramente poco mi ero trascinata, appoggiandomi alla mia volontà, fino al margine del mio sogno, dimenticandomi di tutto il resto, trascinando un corpo ormai fatiscente verso il delirio inconscio della distruzione consapevole da un lato, illusoria del fatto che tutto andasse bene, dall’altro.

Mancava poco alla mia laurea, ed io non feci in tempo a presentarla che la bestia decise di prendere ancora e ancora da quel poco che era rimasto. Mi stava togliendo il fiato e con esso la parola e le ultime forze che possedevo. Liquido nei polmoni, il dolore era lancinante, la sofferenza di chi mi amava ancora di più, io non sentivo più nulla in un attimo mi passo davanti tutta la mia vita, le sofferenze che avevo subito da bambina, l’incontro con la bestia, le lotte contro tutto e tutti, l’odio verso il cibo, la bilancia, i medici, le medicine , in un attimo vidi quanto avevo perso nella mia folle ricerca della perfezione mentre io ero la perfezione ma soprattutto l’indifferenza, quella mi pesava di più di ogni altra cosa. Ero un fantasma folle e volontariamente colpevole della mia condizione.

L’anoressia non è pazzia, è una vera e propria malattia oggi lo so. Oggi ne sono consapevole. Oggi io sono libera.

Continuo a vagare leggera come una piuma tra le nuvole, spinta dal vento caldo, mi hanno conferito  la laurea senza che avessi potuto essere lì come avevo da sempre agognato,  ma non  importa perché non potrò esercitare, non potrò aiutare chi come me avrà la sfortuna di incontrare il mostro che ti mangia, volo in alto e sono felice, non sono più una paziente scomoda, non sono più la ragazza dei 27 kg, non sono più un “peso” sono Fabiola e sono un angelo.

Dedicato a Fabiola (1985-2011) un’altra vittima dell’indifferenza.

Patrizia Maria Macario

 

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…la depressione ai tempi del Coronavirus… il lato oscuro dell’anima…

 

Sono giorni ormai che sentiamo parlare di Covid19 molto più nominato Corona virus il quale nome ormai è sulla bocca di tutti. Qualcuno ne sa di più, qualcuno di meno e questo è molto pericoloso assai più del virus stesso.

Pochi però si sono soffermati ai danni collaterali di questo virus che ormai appartiene alla realtà quotidiana di ogni individuo sia che viva nelle zone a rischio che ne sia a km di distanza.

L’isolamento tocca chiunque, poiché impedisce comunque a chi si trova nelle così dette zone rosse o zone gialle una sorta di isolamento forzato o volontario per coscienza, quindi diciamolo in parole povere, chi sta al nord resta isolato dai propri affetti al sud perché ipotetico portatore e untore.

Manca solo una sorta di C impressa sui vestiti come la famosa A della Lettera Scarlatta e poi possiamo procedere alla gogna. La paura e l’ignoranza sono molto più pericolose del virus stesso.

Ora una delle cose alle quali non si è dato molto peso è l’impatto mentale che una situazione del genere può generare nell’ essere umano, soprattutto nei soggetti già provati da patologie depressive legate molte volte ad altre patologie croniche che già di loro isolano dal mondo che non comprende.

Ora è stato detto di girare con la mascherina solo se si è positivi o si hanno sintomi che possano far pensare alla presenza di un ipotetico virus, ma chi la mascherina la dovrebbe portare sempre perché immunodepresso che deve fare? Se metti la mascherina ti guardano male, se non la metti rischi anche di prenderti una semplice influenza che comunque semplice per noi non è.

E poi l’isolamento, malati o no, è una forzatura mentale per chiunque,  il nostro essere per quanto debba accettarla dentro crea una sorta di chiusura che in alcuni soggetti può creare un’amplificazione di problemi già esistenti o sotto valutati.

Quando tutto questo sarà passato e speriamo il più presto possibile, i casi di depressione da isolamento, da forzatura, da mancanza di rapporti sociali, di contatti umani, di collettività, saranno il nuovo virus da curare.

Stanno giustamente pensando alla salute fisica delle persone ma stanno trascurando quella mentale, quella che tutto questo sta creando separando gli affetti a distanza per la paura, abbiamo oggi milioni di cuori lontani dal luogo sicuro che è la casa e la famiglia, timorosi e isolati per paura di portare danno o essere costretti a restare e non poter tornare, quindi abbiamo persone che soffrono perché in situazioni del genere tutti hanno bisogno di chi li ama e fa parte della propria vita.

Questi danni ce li porteremo dietro per molti anni a venire, vivendo con la paura della separazione, dell’andare, della distanza e di tante altre cose che per ognuno rappresentano una sicurezza e tranquillità emotiva.

Volevano non farci più baciare, abbracciare, darci la mano ebbene ci sono riusciti tutti a comando e diffidenti annullando l’emotività e comandando la nostra mente verso un sentimento che fa più danni di qualsiasi epidemia al mondo LA PAURA.

E la paura, si sa. parte da una ghiandola del cervello e influisce non solo sulla mente ma sul corpo rendendoci ancora più impegnati in una lotta infinita non per vivere ma per sopravvivere. Patty5

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…la legge dell’attrazione…noi siamo ciò che vogliamo…il potere della mente…

 

La nostra mente è il nostro potere. Noi abbiamo questo grande dono che comanda ogni parte del nostro corpo e molte volte siamo noi ad amplificare i problemi per mezzo della legge d’attrazione, ciò che entra nella nostra vita lo stiamo attirando noi involontariamente poiché non conosciamo fino in fondo la potenza della nostra mente e le capacità che possiede,

Siamo come delle calamite se pensiamo positivo otteniamo positivo e viceversa. I pensieri possono cambiare la realtà attraverso la potenza del pensiero costante e pieno di energia attirando verso di noi ciò che realmente vogliamo.

Il problema principale è che la mente pensa in continuazione e tra questi pensieri rientrano anche le cose che non vogliamo ed è qui il grande sbaglio più pensi di non volere una cosa e più essa si ripresenta.

Se si pensa ai problemi solo in modo negativo, essi si somatizzano nella mente mandando malessere al corpo percependolo a tutti i livelli a seconda del problema, salute, economico, paura ecc.

Il segreto è pensare non a quello che hai e a quello che non vuoi, ma a quello che vorresti e che desideri.

Provate a pensare a quello che vorreste veramente dimenticandovi le cose negative e concentrandovi solo ed esclusivamente sull’oggetto, sulla persona, sulla salute cercando di annullate la negatività di ciò che vi circonda, persone comprese, riuscirete nel tempo ad ottenere i risultati in cui veramente avete riposto il vostro pensiero positivo.

Quando il pensiero si concentra sul “non voglio” (ad esempio; non voglio fare tardi, non voglio stare male, non voglio che arrivi una brutta notizia) voi state dando vita a quella cosa che quindi si ripresenterà continuamente

La legge dell’attrazione parte dai vostri pensieri che non riconoscono il non voglio dal voglio, se ci si lamenta di tutto stiamo creando noi stessi difficoltà nella nostra esistenza bloccando in questo modo ciò che realmente vorremmo soffocandolo  con il pensiero di ciò che invece non vorremmo.

Questa attrazione è intorno a noi, è visibile sono le persone, il lavoro, le circostanze, la salute, la ricchezza, i debiti, la gioia. Siamo noi ad attirare tutto ciò come una calamita, solo che non ne siamo coscienti poiché non pensiamo alla nostra mente come ad un arma potente contro le avversità  ma come un contenitore di problemi da risolvere e da evitare.

La vita quotidiana diventa così una manifestazione fisica dei pensieri che ci entrano continuamente nella testa.

Questa filosofia di pensiero fa parte anche di un altro schema che è la fisica quantistica che spiega che non potremmo avere un universo senza che esso entri nella nostra mente ed è la nostra mente che dà forma alle cose che percepiamo.

Un pensiero positivo è centinaia di volte più potente di un pensiero negativo ma non potendo monitorare tutti i pensieri dovremmo cercare di concentrarci su quelli che ci provocano un sentimento interiore che a sua volta riversa sul nostro corpo uno stato di benessere.

Fortunatamente l’essere umano è in grado di distinguere ciò che lo fa stare bene da quello che non lo fa sentire in pace con se stesso. La depressione, il senso di colpa, il risentimento, la rabbia sono pensieri negativi che non rendono potente ma debilitano, sono sentimenti cattivi detti di cattiva frequenza o vibrazione, mentre i sentimenti buoni, eccitazione, gioia , gratitudine amore aumentano la potenza della mente  che automaticamente riporta il messaggio a tutto il corpo, creando uno stato di grazia.

Quindi se pensi positivo, per la legge d’attrazione stai attirando verso di te questa positività se sei preoccupato o hai paura stai sempre attirando verso di te questi sentimenti.

Vi è mai capitato di iniziare la giornata male e pensare “oggi andrà tutto storto”? ebbene state pensando in negativo con molta probabilità andrà tutto storto ma la colpa sarà solo vostra che avete pensato in  negativo non superando il primo ostacolo con serenità.

Non bisogna permettere che un evento negativo influenzi il nostro umore e la nostra giornata. Se trasmettiamo a noi stessi la positività la stiamo trasmettendo al mondo esterno e all’universo e in questo modo che mettiamo in funzione la legge d’attrazione, mettendo in moto un meccanismo che coinvolge non solo l’essere umano ma tutto ciò che ci circonda.

Sono i nostri sentimenti a creare la nostra vita.

Ognuno si crea il suo universo.  Winston  Churchill 

Quando stiamo male ogni reazione tende ad essere negativa, basta poco per cambiare, una musica, un ballo, un pensiero bello o qualcuno che amiamo o i nostri animali.

Se desideriamo intensamente una cosa dobbiamo crederci come se fosse già nostra provando emozioni concrete. E un po’ come ordinare on line e aspettare il pacco che arriverà nei suoi tempi e nei suoi modi, senza usare la spedizione veloce mi raccomando…

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…la tranquillità emotiva nelle cure obbligatorie per patologia…i contraccolpi delle malattie e delle cure…

Quando ti viene diagnosticata una patologia cronica immediatamente ti si apre un mondo che poco viene considerato ma purtroppo esiste. Ed è il mondo degli effetti collaterali.

Nel momento stesso in cui si riconosce la causa molte volte gli effetti sono già in corso e hanno già colpito organi importanti, a volte vitali. A questo si pone rimedio con una giusta diagnosi e una cura adeguata ma inevitabilmente si entra dentro un sotto mondo che è quello degli effetti collaterali dei farmaci utilizzati per la patologia confermata.

Ora è difficile fare un elenco poiché ogni soggetto assume farmaci che rispondono al proprio corpo secondo la predisposizione e quindi tutto diventa molto personalizzato ma è altrettanto vero che in caso di patologia cronica la somministrazione di sostanze tipo cortisone, immunosoppressori, antimalarici, antidolorifici a tempo indeterminato crea per forza di cose carenze e disfunzioni che non sono attribuibili alla malattia ma alla conseguenza di questa forzata assunzione.

Insomma per farla breve aggiusti da una parte e rompi da un’altra.

Quello che sconforta di più il malato che già deve combattere con il medico di base in primis sperando che capisca il problema e indirizzi verso un esperto (reumatologo, immunologo, neurologo) e che se si è fortunati e dico se, questi esperti dovrebbero dare oltre che una cura, per alleviare la sofferenza, anche un conforto per la stessa.

Un malato cronico ha bisogno  di sentirsi seguito e protetto dal servizio sanitario e soprattutto ha bisogno di sapere che chi gli sta di fronte sia in grado di affrontare ogni complicazione che può sorgere dalla malattia.

Ora ognuno di questi professionisti giustamente non è un tuttologo e quindi in base al problema che gli si pone indirizza il paziente a chi di competenza ed è qui che inizia il calvario.

Si sa che la maggior parte dei problemi delle malattie croniche sono legati a organi interni ma esistono anche problemi che possono sembrare marginali ma che riguardano anche la sfera sociale come la pelle, gli occhi e i denti.

Nei casi di Lupus, sindrome da Anticorpi, psoriasi, artrite reumatoide, la pelle è molte volte danneggiata in maniera tale da non consentire l’esposizione per fattori più estetici che organici, i pazienti arrivano a vergognarsi di sè stessi e del loro aspetto e creano quel circolo vizioso che li porta sempre di più verso una chiusura totale. E già difficile far capire figurati spiegare.

Questo però va ad alimentare quella che già in alcuni casi viene denominata depressione che altro non fa che alimentare il sistema immunitario creando così un circolo vizioso dal quale molte volte è difficile uscirne.

I denti. Altro argomento dolente. L’uso prolungato di cortisoni e altri medicinali purtroppo indebolisce la struttura ossea dei denti e non è a caso se una grossa percentuale di pazienti con patologie croniche deve ricorrere al dentista. Naturalmente neanche a pensarci che ciò possa essere riconosciuto come danno da patologia e quindi supportato dal servizio sanitario. Giammai.

E quindi altra bella spesa, dolore e delusione a volte per non poter ad esempio fare impianti per mancanza di osso, oppure ritrovarsi dopo poco tempo al punto di partenza per cedimento delle strutture.

Ma quello che devasta di più è: “sarà in grado questo dentista di capire il problema a fondo e perorare ma mia causa seguendomi con altruismo e determinazione?”

Pochi, rari, quasi miraggi. Io sono uno di quelli fortunatamente, ma vi garantisco che in 30 anni di cure dovrei prendere oggi un Kalashnikov e fare una strage.

Interessi, soldi, incompetenza, superbia, arroganza questo è il mondo dei professionisti, questo è il mondo al quale affidiamo il nostro corpo.

Mi vuoi operare agli occhi…si certo non c’è nessun problema 5000 euro e torna nuova…ma io ho il lupus…mmmmmh  e che problema c’è …ma lei ha già operato pazienti con il lupus…be si,  no ma con altre patologie si…quali? …diabete mi pare, oh sì ecco un paziente che avevano operato di cuore ed è andato tutto bene. ED IO DOVREI FIDARMI DI TE?

Dottore io ho il lupus malattia autoimmune.

Torni a scuola o cambi mestiere per fare un favore all’umanità

Ecco questo era solo un piccolo esempio dell’incompetenza e dell’ignoranza al di fuori del campo specifico e pure in quello ci sarebbe da discutere soprattutto oggi per quanto riguarda la fibromialgia che a seconda delle menti può essere riconosciuta o disconosciuta… io direi a seconda dei dementi.

Servizio sanitario nazionale 8 mesi per una visita. Ma io sto male ora, tra 8 mesi se campo starò peggio e nel frattempo parti di me potrebbero subire danni. E chi se ne frega.

IO SONO MALATA E SONO UN PESO.

Per arrivare al dunque non è la malattia in se che ci uccide ma l’indifferenza, l’incompetenza, la violenza verbale di alcuni professionisti, l’insicurezza che ci infondono, il non essere seguiti, capiti, confortati, il non avere un punto di riferimento e dover ad ogni visita spiegare a una faccia nuova tutta la tua vita e la tua sofferenza in 12 minuti tempo stabilito a visita che poi molte volte diventano 6…la mia vita non può essere riassunta in 12 minuti e liquidata con prenda questo ci vediamo tra 8 mesi.

Se ci fosse un minimo di sensibilità e umanità noi malati cronici siamo talmente speciali che riusciremmo a curarci da soli con il solo pensiero, che in caso di problema, qualcuno sia li pronto ad ascoltarci, anche solo con una parola di conforto, per ricaricare quella parte di noi, quella che ci portiamo nell’anima, che nessuno vuole curare. Patty5

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…la finestra della mia vita…in un racconto…per parlarne ancora…sempre…

Leggera come un’anima silenziosa

Libera come un cerbiatto nel bosco

Felice per ciò che ho saputo conservare

Forte per chi non l’ha saputo fare

Viva perché ho saputo lottare….

Io sono ciò che sembro…io esisto…e sono una “Guerriera”.

Se oggi sono qui a raccontare la mia storia il merito è in parte mio e, in parte, di una finestra.

Una sgangherata finestra del 3 piano del reparto di reumatologia dell’ospedale Molinette di Torino, città che mi ha vista nascere, dietro alle non rinnegate origini del sud, a me care e determinanti, per la formazione di questo carattere così delicato, ma forte nello stesso tempo. Carattere combattivo che molte volte mi ha portato a sfidare la vita oltre i limiti consentiti, facendomene pagare caro il prezzo di tanta determinazione.

Accade nella maggior parte dei casi che le scelte importanti della vita ci vengano poste come bivi davanti ai quali dobbiamo prendere una direzione per poter proseguire il cammino, questi bivi sono formati o da due incognite assolute o da una strada certa e una incerta, in questo caso la scelta appare più semplice, ma non sempre è così. Mettiamo il caso che la strada certa sia una scelta di rassegnazione e accettazione, essa comporta un condizionamento totale della propria esistenza e quindi la rinuncia parziale o totale delle proprie aspettative, se però scegliamo la strada incerta dobbiamo avere la consapevolezza che non possiamo sapere a cosa andremmo incontro e dobbiamo puntare solo ed esclusivamente sulle nostre forze e la nostra volontà di riuscire.

Ora nel mio caso la strada certa era al di là della finestra dove potevo porre fine ad ogni limite, ad ogni problema, ad ogni tortuoso aggrovigliamento dell’anima, mentre la strada incerta era una sfida che avrei dovuto affrontare non solo con la testa, il corpo, la pancia, l’anima e la paura, ma anche con la consapevolezza che nessuno poteva dirmi come sarebbe andata a finire. Erano comunque in ogni caso due scelte impegnative “ESSERE O NON ESSERE”, “VIVERE O MORIRE” questo era il problema mio caro Shakespeare, ci avevi visto lungo tu…

Comunque al di là di questo dubbio amletico io volevo vivere ma volevo farlo a modo mio. Quindi mio caro, per modo di dire, LUPUS io non ho saltato la finestra, l’ho chiusa e ti ho sfidato ieri e oggi più che mai.

Avevo 20 anni, il sole dentro e fuori, la vita a colori, la forza di chi ama, l’amore, i sogni. Avevo il mondo tra le mani e il sorriso a rallegrare il cuore, avevo tutto ciò che a quell’età si può desiderare la bellezza e anche le invidie, ma non me ne curavo, sapevo difendermi, sapevo difendermi da tutto perché avevo la testa per poter sconfiggere l’ignoranza e l’aplomb di chi già dall’età di 16 anni lavorava e studiava per potersi permettere tale superiorità e sicurezza

Ma non avevo fatto i conti con il destino, beffardo e crudele, che difronte a tanta determinazione ha voluto mettermi alla prova, senza sconti e senza giri di parole, sapendo che anche se avessi voluto usare la testa o tutte le armi in mio possesso, in quel preciso istante lui aveva vinto la battaglia.

Ma non la guerra.

Ci siamo conosciuti in un pomeriggio di agosto davanti ad una finestra. Una dottoressa, graziosa direi, ma con la delicatezza verbale, di un acuto di soprano in una cristalleria, ha devastato in un nano secondo tutte le mie certezze e il mio mondo perfetto. “LEI HA IL LUPUS”.

Ok ho il Lupus bene e allora? Quindi? Curiamolo, eliminiamolo, togliamoci questo fastidio così posso continuare a vivere la mia storia.

“No forse lei non ha capito, ha il Lupus suo compagno di vita per l’eternità, malattia autoimmune che distrugge tutto ciò che incontra, dentro, fuori, da oggi lei non sarà più una persona normale, non potrà più fare ciò che vuole, dovrà rallentare i ritmi, prendere medicinali, sottoporsi a continui controlli, smettere di fare attività fisiche pesanti, ballare (facevo rock and roll acrobatico) nessun tipo di esposizione al sole, ma soprattutto non potrà avere figli. Prospettive di vita 3/10 anni se tenuta sotto controllo e non in fase attiva, se no chissà” Alla faccia della delicatezza professionale acquisita…una molotov avrebbe fatto meno danni.

Ora capite il perché tutta questa importanza per una sgangherata finestra del terzo piano, la stessa finestra da cui per 17 giorni ho guardato il cielo, il sole e la vita in movimento con tutti i suoi colori, ora era il mio bivio, la mia scelta. Avevo il passato, breve a dir la verità, pieno di colori e voglia di vivere, e un futuro che mi era stato prospettato come un quadro indecifrabile tutto nero con un punto bianco, il punto bianco ero io…completamente persa nel buio.

Ero stanca, tanto stanca, erano mesi che ero piegata in due dai dolori, senza sapere il perché, piena di farmaci presi a caso, devastata dalle parole di Tizio e Caio senza una diagnosi e ora, ora la diagnosi ce l’avevo e sinceramente ne avrei volentieri fatto a meno.

Ora davanti a quella compagna dei giorni miei, la finestra, e il compagno dei giorni futuri, sempre miei, il Lupus, la scelta era a dir poco imbarazzante. Se avessi saltato dalla finestra il lupus sarebbe saltato con me e ciccia…fine dei giochi, se avessi chiuso la finestra io e lui avremmo iniziato uno di quei matrimoni combinati, non voluti, che inevitabilmente ci avrebbero portato battaglie e lotte continue con sfinimento fisico e perdite inevitabili. Ma io sono un capricorno testardo e combattivo e per nulla al mondo avrei potuto rinunciare ai miei sogni, quindi, mio non caro lupus, chiudiamola sta finestra e iniziamo a mettere i puntini sulle “I”.

IO voglio vivere, IO voglio lottare, IO voglio credere, IO voglio vedere i colori, IO voglio ballare (magari non l’acrobatico) IO voglio avere figli, IO da oggi divento una Guerriera, e per quanto tu cercherai di impormi le tue regole, sappi mio non caro Lupus che entrerò nel tuo mondo e ti stupirò in maniera saccente al punto tale che sarai costretto a dormire per lunghi periodi pur di non dover subire la mia presunzione. Sarò io a limitare i tuoi spazi e sarai tu a doverti difendere.

E GUERRA SIA.

Non andò proprio così, il mio lupo ha dormito il tempo necessario per caricarsi ben bene e dietro a una mirata e meditata strategia attaccare me, furbetta, che ogni tanto mi dimenticavo della sua esistenza sottovalutando le sue capacità infide e subdole. Mai distrarsi, il prezzo da pagare diventa inevitabilmente un trofeo per la sua collezione di pezzi umani.

Quindi oggi dopo 34 anni che viviamo insieme, ha colpito il mio cuore, non in senso poetico e passionale, si intende, ma con ferocia, e l’ha costretto a rallentare i ritmi. Poi è caduto in letargo giusto in tempo che io, con una mossa felina, colpendolo a chemio violenta, mi sono presa ciò che desideravo di più al mondo, un figlio. Il meschino, però, rendendosi conto di essere stato fregato si è accanito sui miei reni, piegandomi in due dal dolore e costringendomi a fare una biopsia per capire fino a che punto l’attacco fosse stato devastante. E della tiroide ne vogliamo parlare? Impossibile scendere a compromessi, ho dovuto cedere e abbandonare il campo. Altra anestesia altro pezzo al nemico; poi si è preso altri pezzi di me, invalidanti come donna, ma non come guerriera. Ci siamo scontrati con pause, più o meno lunghe, non senza sentire, nelle pause, la sua ingombrante presenza nella quotidianità, il suo cibo preferito, il cortisone che non ho mai abbandonato dal giorno in cui ci siamo incontrati, e poi… la grande sfida di resistere al dolore per non dargli in pasto altro cibo sublime per lui devastante per me.

Sembra una sorta di vita spericolata alla Vasco Rossi, e poi in fondo lo è. Esagerata, condizionata, come se fosse l’assoluto o l’ultimo, di quelle vite come Steve McQueen rinchiuso in una prigione con il solo desiderio di provare di tutto pur di evadere da ciò che sembra destinato essere il suo il mio mondo per il resto dell’esistenza.

GUERRIERA, mi piace il suono di questa parola, il significato, la forza che racchiude, la speranza, la gioia, la resilienza, l’amore, un concentrato di significati di percorsi emotivi, di speranze. Ogni persona che convive con una patologia cronica diventa guerriera perché non si nasce ma lo si diventa e ogni giorno aumenta la voglia di combattere, di vivere, di guardare dalla finestra del mondo tutte le sfumature di colore che esistono, oltre l’arcobaleno oltre l’infinito.

E poi c’è il cuore, quello nascosto, quello che abbraccia l’anima e danza con lei, lui che batte ogni secondo per ricordarmi che sono viva, che mi regala emozioni e palpitazioni, che mi aiuta a superare i momenti difficili, lui sa che potrà anche un giorno fermarsi, ma mai e poi mai dovrà arrendersi, perché quel giorno davanti a quella sgangherata finestra, insieme, abbiamo deciso di chiuderla, ed insieme, lui con il  battito e l’anima di conforto, ed io con la mia tenacia e la mia forza di volontà, abbiamo iniziato il nostro cammino di Santiago, e ancora stiamo camminando perché solo Dio sa quando finalmente esausta, ma soddisfatta, potrò sedermi sotto una quercia,  a leggere il libro, della mia meravigliosa vita, finalmente sola, libera e eternamente orgogliosa di essere stata guerriera in vita e orgogliosamente guerriera oltre la stessa. patty5

RACCONTO CLASSIFICATO AL 3° POSTO SAN BENEDETTO DEL TRONTO IDEA DONNA

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…il mio nemico medico…l’odissea del malato…viaggio senza ritorno

 

Non c’è nulla di peggio che sbattere contro un muro chiamato Sanità. Un muro a rimbalzo dove colui che si trova ad averci a che fare inevitabilmente torna a sé stesso, la maggior parte delle volte, ancora più malconcio di quanto lo fosse prima.

E si perché oltre al danno si aggiunge la beffa, ovvero una sorta di depressione acquisita della quale avremmo fatto volentieri a meno. L’essere non capito, da chi dovrebbe sollevarti da un problema, ha un effetto devastante sulla psiche aumentando così sia i dolori che il disagio.

Il discorso, è comunque in questo caso, generalizzato fortunatamente esistono le eccezioni che fanno in modo da risollevare la media negativa dei commenti che ogni giorno leggo sulle pagine che seguo.

Ora considerando che per le visite ogni medico ha a disposizione un tempo stimato di circa 12 minuti, e se la sora Lella entra e racconta tutta la storia della sua vita dalle origini preistoriche in poi, è normale che il tempo destinato agli altri pazienti venga notevolmente ridotto a due schizzi sulla ricetta e via, ma è altrettanto vero che non sempre chi abbiamo di fronte ha la cortesia e la pazienza di selezionare il paziente bisognoso da quello logorroico lamentoso.

E poi con che criterio il medico detto di base potrebbe mai selezionare, il suo compito è come il raccordo dell’autostrada indica la direzione da prendere e consiglia la strada più breve. Quindi la maggior parte delle volte il paziente torna a casa con una bella antologia di ricette con farmaci nuovi da provare che dovrebbero lenire il sintomo esposto senza nessuna considerazione degli effetti collaterali che lo stesso potrebbe avere.

Altro discorso per le visite specialistiche a pagamento, il tempo si accorcia, ma nella maggior parte dei casi il risultato non cambia. Ho ben poca memoria di qualcuno che sia uscito da una visita con certezze se non con ancora più dubbi di quanti ne aveva prima. Sicuramente di qualcosa si è alleggerito…il portafoglio.

Ma non voglio prendermela solo con i medici, penso che si dovrebbe seguire un corso da pazienti, ovvero una sintetica ed efficace esposizione con domande precise e mirate che possano in qualche modo sfruttare ogni minuto a disposizione togliendo ogni dubbio. Fantascienza.

In Italia, nonostante ciò che si dica e si pensi, abbiamo il miglior servizio sanitario del mondo. Un pronto soccorso gratuito e un’assistenza che prevede esenzioni per patologie croniche.

In America come in altri stati se non lavori e hai un’assicurazione o finisci negli ospedali pubblici, e non si sa se ne esci, oppure muori.

Il problema è che con l’inquinamento, il cibo, la sedentarietà e tanti altri fattori, di cui una volta non si aveva coscienza, i malati cronici e le malattie sono aumentate a un livello di 1 a 3 rendendo impossibile, anche per incompetenza di alcuni enti che dovrebbero tutelare il cittadino, il ragionevole e dovuto tempo di ascolto e risoluzione del problema.

Vogliamo tutti la corsia d’emergenza, vorremmo tutti poterla percorrere quando ci troviamo in difficoltà. Purtroppo, proprio per chi la corsia d’emergenza la percorre quando non ne avrebbe diritto, un cardiopatico rischia di dover aspettare 8 mesi per una consulenza e nel frattempo aggrappandosi alla Beata Speranza, cercare di colloquiare con il proprio cuore affinché resista paziente almeno fino al momento e l’ora della agognata visita.

Ci sarebbe da scrivere un libro, anzi un poema Dantesco, passando prima dall’Inferno, tribolando nel Purgatorio per poi avere la speranza di arrivare al Paradiso.

Ogni caso è a sé, questo è vero, ma lasciatemi sperare, che la forza che contraddistingue chi lotta ogni giorno per i propri diritti e per la propria salute, possa servire un domani a prendere coscienza che la vita non è una passeggiata e la salute non può essere beffeggiata da chi non riesce a superare la soglia della superficialità medica, fine a sé stessa e logorante, per chi avrebbe molte volte solo bisogno di una parola di speranza. Patty5

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…Io prima di te…superare le barriere dell’emotività

 

Il nostro corpo reagisce negativamente ad ogni evento che altera la quotidianità predisposta da ogni individuo. Quando le cose seguono esattamente lo schema mentale che ci siamo prefissi, tutto l’organismo gode del beneficio del rilassamento mentale e quindi fisico.

Chi convive con una patologia ha un sistema mentale molto organizzato dovendo far combaciare perfettamente le cose da fare con la battaglia che porta avanti, e siccome essa è per lo più imprevedibile nelle sue manifestazioni, buona parte delle energie vengono impiegate a risolvere o per lo meno attenuare ogni evento fisico ci si pone davanti giorno per giorno.

L’impossibilità a volte di far fronte ad impegni o doveri, porta il soggetto a uno stato di confusione e depressione temporale ove ci si sente colpevolizzati per l’impossibilità appunto di essere perfetti in quello che non tanto noi ci aspettiamo ma gli altri si aspettano da noi.

Il dover dire di no o il rinunciare ci appare come una sconfitta interiore e inevitabilmente acuisce il dolore mentale che si riversa nel dolore fisico provocando danni maggiori a quello che già esiste concretamente.

Una buona parte dei dolori è reale e tangibile, a questa però si aggiunge il carico di quel malessere che condiziona inevitabilmente la nostra mente. La soglia del dolore si abbassa e si abbassano anche le difese corporali quindi il corpo subisce un doppio colpo non riuscendo più a far fronte a quelli che sono i dolori costanti e già debilitanti da soli.

Aumenta così la necessità di sopperire,  la parte malata-non malata, aumentando le dosi di antidolorifici, antinfiammatori, ma soprattutto antidepressivi e miorilassanti.

Negli ultimi anni con la scoperta della fibromialgia, ovviamente non riconosciuta, l’abuso di questi farmaci è aumentato a livelli estremi, e non solo perché non esiste una vera e propria cura, ma soprattutto perché è il metodo più semplice per risolvere un ipotetico problema da parte dei medici.

Ma a parte lo stordimento generale questi farmaci non risolvono il problema all’origine e generano in coloro che ne fanno uso ancor più malessere della patologia stessa.

Purtroppo non tutti sono fortunati ad avere una vita regolare, serena, priva di intoppi, e soprattutto non tutti riescono a farsi capire nella loro sofferenza. Il circolo diventa vizioso e la qualità della vita in certi momenti diventa veramente sconfortante.

Il primo ed essenziale punto di rinascita siamo noi stessi, l’amore per la nostra vita, che per quanto brutta sia quella è e quindi non dico con rassegnazione, dobbiamo cercare di dare un senso a tutto ciò che effettivamente ci pare ingiusto.

Eliminare ogni elemento negativo, non dover dare spiegazioni a nessuno, usare le proprie forze e le proprie energie mentali per costruire un punto di appoggio dove ricorrere nei momenti più tragici.

Imparare a convivere con la solitudine e il silenzio ed ascoltare il proprio corpo e le sue esigenze, lottare fino all’ultimo prima di imbottirci di farmaci soprattutto quelli non salvavita, e porsi delle barriere emotive affinché nulla possa turbare l’equilibrio della nostra esistenza.

Un buon “vai a quel paese” ogni tanto ci sta soprattutto a chi dice di amarci veramente, perché se è  effettivamente così , saprà andarci con diplomazia sapendo che al ritorno riceverà in cambio una dose infinita di amore. Perché non è l’amore che ci manca, quello che ci manca a volte è la pazienza. Patty5

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