…l’arte del lamentarsi, una ragnatela che imprigiona…

Lamentarsi non serve a nulla. Facile dirlo, difficile metterlo in pratica.

Penso che il primo essere della storia a lamentarsi fu proprio ADAMO esattamente un attimo dopo che morse la mela, forse perché era dura o forse acerba, oppure semplicemente perché in quello stesso attimo si rese conto di quanto gli sarebbe costata cara. Questo fu dunque il primo lamento umano. Sopravvivere quindi procacciare cibo, faticare, provvedere, decidere, organizzare, sudare, assumersi responsabilità.

Ora noi discendenti dal credo Adamo ed Eva, paradiso terrestre compreso, portiamo sulle nostre spalle l’eredità del lamento. Esso si genera nell’essere umano, come una ragnatela, giorno dopo giorno, tessendo una tela nella quale inevitabilmente si finisce quasi inconsciamente imprigionati.

Lamentarsi diventa una psicoterapia collettiva, una sorta di gara al lamento migliore, del quale però non si riconosce un premio materiale bensì una leggerezza mentale per aver condiviso uno dei mali che ci affliggono. Non importa se irrilevante e futile, importante è l’enfasi drammaturgica nell’esternarlo.

Ed è così che il mondo diventa pieno di attori e il lamento diventa un arte.

Non sarei stupita se nel prossimo futuro dovesse diventare una materia scolastica.

Esiste il lamentoso seriale, cioè colui che appositamente cerca di farti parlare per poi immediatamente bloccare ogni tua esposizione per iniziare il percorso artistico. Perchè credetemi lamentarsi è un’ arte, e l’arte e qualcosa che non ha limiti, né confini e non necessita di alcun alibi per potersi esprimere liberamente.

L’arte è arte. Ormai un collante esistenziale della società. Il lamento diventa la costante mentre tutto il resto è variabile. Non occorre un diploma, ne competenze specifiche forse una componente genetica, ma ci si può arrivare anche autonomamente, sta di fatto che ogni essere umano (e dico umano perchè non ho mai sentito una pianta o un animale lamentarsi) può aspirare a diventare un attore magari mirando all’OSCAR.

E meno male che ci sono i social ad alleggerire il peso del lamento, facendo sì che uno possa uscire di casa, più o meno tranquillo ,senza rischiare di tornare carico di tutti i pesi del mondo e con il carrello della spesa vuoto.

Il social-lamento è come il gazzettino delle nonne davanti ai portoni, solo loro non si lamentavano mai , educate nel silenzio dei propri doveri, ma sapevano tutto di tutti, ora sappiamo anche di più comprese tutte le piastrelle dei bagni, i selfie turistici e ogni particolare intimo , e quindi ogni lamento diventa quasi come un monologo esternato al mondo condivisibile e meritevole di un LIKE, e attenzione che se non rispondete subito siete immediatamente oggetto di un lamento, condiviso naturalmente.

Ma d’altronde che vita sarebbe senza lamenti…il PARADISO…e siccome Eva ha deciso che sarebbe stato troppo noioso non farsi un selfie a bocca di gallina, con immenso dispiacere vi dico subiamoci l’inferno e i lamenti quotidiani. buon lamento a tutti.patty5

brontolo

 

 

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