…che cosa posso fare per te?…

 

Una domanda così semplice, così naturale, così piena di significato e di amore: Una domanda che pochi fanno, molti non conoscono, tanti ignorano.

L’avidità mentale dell’individuo prevarica su  l’empatia,  su  l’amore, sulla generosità, sui gesti semplici ma fondamentali, gesti che in alcuni casi sono medicine salvavita dell’anima di chi vive realtà devastanti.

Essere compagno, marito, fratello, sorella, genitore, amico di una persona che convive con una patologia cronica invalidante è una missione importante, è qualcosa che segna l’esistenza ma rende coraggiosi coloro che sono in grado di affrontare questa sfida.

Il malato è cosciente dei propri limiti e nella maggior parte dei casi riesce ad essere autonomo e sufficientemente libero nella gestione, chi invece deve stargli accanto non può immedesimarsi nel percorso di convivenza se non entra dentro la dinamica fisica e psicologica della persona cara.

Non è una questione di sopportazione, non è essere presenti ma assenti fondamentalmente, non è esserci che solleva ogni responsabilità nella difficile quotidianità del paziente, ma è la costante manifestazione di attenzioni, non pietismo, che aiuta a non sentirsi mai soli, pur essendo autonomi.

A volte occorre essere anche duri e determinati per far sì che il soggetto non si crogioli nella condizione malato cronico iniziando così un vittimismo che a lungo andare porta sicuramente allo sfinimento di entrambe i soggetti, ma gli scossoni emotivi esistono proprio per far sì che ogni cosa possa essere affrontata con lo spirito e la determinazione di un combattente al fronte.

E’ estremamente importante che le persone che circondano un malato cronico abbiano la piena e totale consapevolezza della malattia, le forme e le sfumature, le variabili e gli estremi. Questo non vuol dire sostituire il medico o annullare la propria esistenza.

Quando si dichiara ad una persona a  cara “ti voglio bene” resta implicito che tale affermazione significa che  vogliamo il loro di bene e automaticamente il nostro nel vedere e percepire un benessere, quindi è fondamentale capire in che modo possiamo donare del bene. Un gesto, un aiuto materiale o psicologico, una carezza e a volte anche solo una parola detta al momento giusto.

Il malato cronico è sufficientemente in grado di gestire la propria patologia, ciò che lo devasta è il mondo che lo circonda, inconsapevole e ignorante di qualcosa che invece dovrebbero conoscere prima di dichiarare il loro bene.

Se non si capisce, se non si conosce, se si giudica, se non si cerca un punto di incontro…non si può voler bene ma si rende tutto più difficile e complicato per chi della propria esistenza né fa un punto di sostegno non per vivere ma per sopravvivere alla realtà quotidiana.

E’ facile stare fuori e sentirsi martiri per il solo fatto di esserci, il vero martirio è uscire da l’ignoranza e condividere ogni sfumatura dell’anima di coloro che hanno solo bisogno di essere considerati esseri combattivi e presenti.

Il malato cronico non ha bisogno di pietà, il malato cronico ha bisogno della propria dignità e di qualcuno che nel momento stesso in cui ti dice “ti voglio bene” conosca il vero significato della frase con il quale si è impegnato ad andare oltre ciò che gli occhi possono vedere.

Il malato cronico è l’arcobaleno ma solo pochi vogliono condividere una vita a colori. Peccato perché il bianco e nero non è più di moda, e i colori vinceranno la sfida con la vita senza inutili fantasmi affianco. Guerriere per sempre. Patty5

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