BULLISMO …non restare in silenzio…raccolta di racconti PAV edizioni

ERO UNO COME TANTI

Ciao sono Marco e sono seduto davanti al cielo blu, tra poco sarò libero di volare ma prima della libertà voglio raccontarvi di una prigione, quella nella quale ho vissuto io.A dieci anni i vestiti me li comprava la mamma, mi preparava la merenda succulenta e mi accompagnava a scuola per chiacchierare con le altre mamme, a dieci anni tutto era normale, semplice ancora nel mondo incantato. I compagni di scuola erano gli stessi, erano fratelli, tutti ancora concentrati nelle partitelle di calcio, davanti alla scuola e nei noiosi compiti da fare, a dieci anni non conoscevo la paura e la cattiveria.

I dieci anni passano però inesorabilmente come la fine della giovinezza e l’inizio dell’adolescenza.  I miei primi dieci anni li ho qui ancora nel cuore che batte.

Sono sempre stato un bambino normale, forse un po’ troppo robusto per la mia età, ma non mi ero mai posto il problema, la mamma cucinava da Dio e io amavo la sua cucina oltre a tutte quelle che chiamano “schifezze” tipiche ma succulente nella top teen delle risorse umane di noi ragazzini frequentatori abituali delle dispense casalinghe.

Per non parlare poi del fatto che vivevo accanto a un Mc Donald rifugio delle merende pomeridiane e delle feste di compleanno, praticamene avevo la tessera punti come miglior cliente. Ero comunque felice, quella felicità di cui oggi ho poca memoria.

L’impatto con la realtà l’ho avuto sin dal primo giorno della scuola media, dove i miei punti di riferimento, con il mescolarsi di persone diverse, sono andati perduti per sempre.

Una classe nuova con un solo compagno delle elementari, oltre tutto non mi stava neanche tanto simpatico, e probabilmente neanche io a lui, visto la sua facilità di aggregazione con il famoso gruppo dei leader. Inizialmente poco mi importava, cercavo di essere me stesso, portando dentro di me la semplicità e i valori che mi avevano insegnato, cercavo di sopravvivere insomma.

Man mano che i giorni passavano mi rendevo conto che una sorta di emarginazione si era creata attorno a me come una campana nella quale mi avevano posto e dove attorno ad essa le voci rimbombavano come echi amplificati dal silenzio di chi avrebbe dovuto impedire e non soprassedere.

L’unica persona che mi parlava e stava con me era il mio vicino di banco, Andrea sfigato come me, lui era dislessico e aveva problemi nell’apprendimento, ma era un amico anzi lo è ancora, lui non mi ha mai guardato solo con gli occhi, lui è sempre andato oltre.

Tuttavia le cose non si misero molto bene per me, nella scuola incominciarono le voci, le risate i tormenti ed io tornavo a casa sempre più devastato e cominciai a pensare di essere veramente uno sfigato.

Ero grasso, bruttino e senza carisma, dentro di me portavo ancora quella fanciullezza che mi aveva protetto durante le scuole elementari, avrei voluto ritrovarmici ancora dentro, avrei voluto non dovermi caricare di qualcosa che fino ad allora non avevo visto.

Tra un tormento e l’altro passai i primi due anni delle medie nel buio assoluto, subendo ogni sorta di commento, sberleffo, ansia e anche qualche danno fisico. Passavo la maggior parte del tempo nascosto negli angoli più svariati della scuola per non farmi notare, uscivo da scuola e correvo a casa quasi senza fiato per la paura di un assalto del branco.

Il branco, forse i lupi sarebbero stati meno feroci. Il branco era la devastazione psicologica di chiunque non rientrasse nei loro schemi. Abiti firmati, catene al collo, magri e con quintali di gel nei capelli, orecchino e smargiassi all’ennesima potenza.

Non erano esattamente tutti così ma, chi aveva la fortuna di entrare, dopo una accurata selezione da parte dei così detti leader guru del cazzeggio, nel gruppo, automaticamente si doveva adeguare o sottomettere a ciò che legge dettava.

Il livello era pari a zero. Per me che arrivavo da una famiglia che mi aveva sempre insegnato a rispettare delle regole, ad amare il prossimo e a non fare distinzioni di nessun genere tutto quel mondo mi faceva veramente schifo, e comunque non avrei voluto farne parte, purtroppo non potevo nemmeno fare finta di nulla visto che ero il loro sberleffo preferito.

Non ne parlai mai in casa, almeno fino ad allora, cercavo di mascherare la mia sofferenza chiudendomi in me stesso, nello studio e con la mia play station.

Nonostante mi rendessi conto che ero in sovrappeso, continuavo a mangiare in maniera compulsiva ogni cosa mi capitava tra le mani, in continuazione anche la notte di nascosto. Poi mi venivano i sensi di colpa che duravano giusto il tempo per ricominciare, ero entrato senza saperlo in una bulimia nervosa, più mi prendevano in giro e più io punivo me stesso con lo stesso cibo che mi rendeva vittima.

A casa mi credevano felice, io ero morto, morto dentro.

Andare a scuola ormai era una sofferenza, prima di uscire mi abbuffavo di dolci per sopperire la carenza e saltare la merenda, che avrei dovuto fare con gli altri e non volevo che mi vedessero mangiare, arrivavo a casa affamato e mi gettavo sul cibo come uno squalo famelico, riempiendomi la bocca quasi a soffocare.

Mia madre smise per un lungo periodo di comprare merendine e cibo ipercalorico, mi preparava cibi salutari con porzioni ridotte, che mi mettevano ansia solo a guardarle perché già sapevo, che i morsi della fame, mi avrebbero tormentato a fine pasto.

Davanti a lei mentivo e dicevo che ero sazio, nello zaino avevo fatto scorta di ogni genere di schifezza possibile acquistata nella panetteria di fronte scuola e meticolosamente occultata nei vari scomparti nascosti dello zaino. Tutta la paghetta la spendevo in zuccheri e patatine.

I miei genitori lavoravano, facevano i turni ed ero spesso solo con mio fratello maggiore che però si faceva i fatti suoi, preso dalle sue cose e dalla nuova fidanzata. Lui era figo.

Io ero sempre più un tutt’uno con il divano, la play circondato da una montagna di cartocci di carta ormai cadaveri inutili di leccornie che con inesorabile cattiveria si depositavano attorno a ogni parte del mio corpo.

Intanto il tempo passava ed io lievitavo a dismisura ero ormai succube di ogni tipo di scherzo, il mio soprannome era:” palla lardosa”, nessuno mi chiamava più per nome.

Sono arrivato alla 3 media il mio unico desiderio era di finire la scuola e dimenticare…come se fosse stato possibile dimenticare, ma questo io non lo sapevo.

Terza media voleva dire 13 anni, gli anni dove tutto cambia e da dove arrivano, direttamente dal pianeta crescita, i così detti “ormoni” del cambiamento. Avevo sentito parlare di questi “ormoni” e contavo su di loro nel miracolo del cambiamento, come se da un giorno all’altro mi fossi potuto svegliare magro e figo senza fare nulla di che.

Ma la realtà aimè era ben lontana dalla fantasia, e io rimediai solo una faccia piena di brufoli e un prurito al basso ventre che mi teneva sveglio e agitato la notte.

Cominciai a guardare le ragazze, che a loro volta si erano trasformate, forse ancor prima del tempo, ma io ero ottuso e non me ne ero accorto mai. Le guardavo e dentro sentivo qualcosa, farfalle? o era semplicemente la solita fame, quella che ormai era diventata normale abitudine, anche perché a scuola ancora non mangiavo e vivevo di crampi e di ansie pensando solo alla fine delle lezioni per poter sopperire quell’ulteriore sofferenza.

Poi c’era lei, Azzurra, con i suoi capelli rossi e i suoi occhi verdi, il suo sorriso e la sua pelle bianca come il latte. Non mi guardava mai, io la guardavo sempre. Avevo trovato la voglia di andare a scuola avevo trovato una motivazione forte che mi spingeva anche a guardarmi con altri occhi.

Ed è lì che mi accorsi che ero grasso. Azzurra non mi guardava perché ero grasso. Avevano ragione loro, mi vennero i sensi di colpa e divenni da vittima a carnefice di me stesso.

A scuola continuavano a prendermi in giro, mi aspettavano fuori scuola, mi tiravano lo zaino e mi dicevano “ora corri palla di lardo, vai a prendere lo zaino e racconta tutto alla mammina mi raccomando” ero devastato dentro, Azzurra era sempre con loro, ed io morivo dentro lentamente giorno dopo giorno, consumato dalla mia stessa paura.

Cominciai così a non mangiare più fuori pasto, a leggere ogni etichetta per controllare le calorie e a correre ogni giorno al parco sotto casa. A pranzo e cena mi feci ridurre le porzioni adducendo la scusa che volevo mettermi in forma per una gara scolastica. Mia mamma ne fu felice e i primi tempi mi aiutò nell’impresa, ma lei non sapeva a cosa si stava prestando. Lei era complice involontaria di un abisso, quello in cui stavo precipitando.

I risultati si videro subito, il mio metabolismo rispondeva bene, e man mano che il peso calava mi guardavo allo specchio soddisfatto, anche se avrei voluto che tutto accadesse più in fretta, volevo che Azzurra si accorgesse di me. Volevo essere figo.

Finalmente stavo cambiando, i buchi alla cintura erano settimanali, tutto mi andava largo, io ero cambiato …Ma ero grasso.

I compagni smisero di occuparsi di me ormai non ero più la loro “palla di lardo” ma semplicemente uno come tanti uno sfigato comunque e sempre.

Azzurra continuava a non guardarmi, o se lo faceva il suo più che un sorriso sembrava uno scherno, era pietà, commiserazione o schifo. Non l’ho mai saputo.

Quello che vedevo io ora era che ero ancora “troppo grasso

Ormai non mangiavo quasi più nulla, via le merendine, i dolci, i condimenti e le porzioni di pasta abbondanti, in casa era scattato l’allarme e cominciarono a starmi sul collo.

Se prima il cibo era un piacere ora era diventato un vero e proprio incubo, quando si avvicinava l’orario dei pasti andavo in ansia totale. Non potevo non mangiare dovevo fingere che tutto fosse normale e questo mi procurava dei crampi allo stomaco che alla fine dei pasti diventavano delle corse in bagno.

Avevo letto su internet, dove ci sono veri e propri siti specializzati, che si potevano prendere delle purghe e dei diuretici per accelerare il processo di dimagrimento. Ora i diuretici non sapevo proprio dove procurarmeli ma le purghe le vendevano anche al supermercato e senza ricetta. Cominciai a farne uso quotidianamente, se non andavo in bagno almeno due volte al giorno entravo in ansia.

Poi trovai anche il modo per raggirare i miei genitori, mangiavo regolarmente ai pasti, a volte esagerando anche, rendevo tutti felici, e poi andavo in bagno e cacciandomi due dita in gola, le prime volte fu traumatico vi assicuro, buttavo fuori liberandomi del nemico.

Ero alto 1.75 e pesavo 48 kg ma nonostante tutto…ero grasso.

Grasso, grasso, grasso una costante nella mia mente, una parola trascinata nei meandri bui della mia anima chiusa nel suo tormento degli anni più brutti della mia esistenza.

Scattò nuovamente l’allarme rosso, genitori, nonni, zii, amici dei miei, tutti addosso come falchi a controllare ogni mio movimento. Diventai cattivo, intollerante, acido esattamente come tutto ciò che ogni giorno continuavo a vomitare.

Stavo punendo me stesso o gli altri? Non lo so ancora oggi. La mia mente ormai era accecata dalla rabbia repressa, dai soprusi, dai giorni passati a cercare la comprensione, l’amicizia, un gesto gentile, una mano, semplicemente una mano tesa.

Stava finendo la scuola ed io dovevo andare alle superiori, non avrei mai più permesso a nessuno di chiamarmi “palla di lardo” non avrei più permesso a nessuno di mettermi in un angolo, non avrei più permesso a me stesso di essere uno sfigato.

Ma senza rendermene conto ero passato dalla bulimia all’anoressia ero diventato io il bullo di me stesso mi stavo punendo rimuovendo la parte fisica ma continuando a tenere nella testa la parte grassa di me stesso.

Qualcuno aveva fatto il danno, ed ora io stavo facendo il compito sporco, mi stavo autoeliminando.

Non so cosa mi ha fermato, le lacrime nascoste di mia madre, la disperazione nel volto di mia nonna, mio fratello, mio padre e i suoi perché, il mio unico amico Andrea, o il fatto che mi resi conto che stavo male, veramente male.

Mi guardai allo specchio e con gli occhi appannati dal pianto, urlai con tutte le mie forze il dolore che mi straziava il petto, il cuore si spacco in due, la mia anima buia era uscita con tutta la sua forza…non ero grasso, non ero più grasso, la mia testa era libera finalmente libera di vivere con la leggerezza dell’essere. Quell’essere ero io. Finalmente Io.

Mi sono liberato contemporaneamente alla scuola, ho iniziato le superiori consapevole che avrei dovuto fare un percorso seguito da persone competenti per eliminare definitivamente tutte le paure e le ansie che per troppo tempo avevano invaso il mio spazio.

Incontrai subito persone diverse, o forse io ero diverso probabilmente, ho incontrato Luna, un pomeriggio al parco, lei è qui ora accanto a me, bruna occhi scuri e pelle color cioccolato, esattamente l’opposto di Azzurra, e me ne sono innamorato subito, la mia prima e vera storia, sono tornato ad essere gentile, educato e me stesso esattamente come mi hanno insegnato ad essere fin da piccolo.

Ma qualcosa dentro di me è rimasto, mi hanno rubato tre anni di vita, della mia vita, mi hanno rubato la spensieratezza, la gioia e la voglia di vivere, hanno insinuato dentro di me la paura e la voglia di morire, mi hanno fatto del male, mi sono fatto del male, ed ho fatto male a mia volta.

Quindi chiedo scusa a coloro a cui ho fatto male, e pietà per coloro che me ne hanno fatto perché come disse Gesù “Dio perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Ora io e Luna stiamo volando, la nostra ennesima tappa di sensibilizzazione, stiamo insieme dal liceo, non ci siamo più lasciati, stiamo andando a Roma a parlare con i ragazzi in una scuola, Luna ha studiato psicologia ed io ho proseguito con architettura , facciamo volontariato da sempre e abbiamo una missione in comune MAI PIU’NESSUNO DOVRA’ SENTIRSI DIVERSO…questa è la nostra lotta contro il bullismo, il male del secolo, questa è la nostra voce al di fuori del coro, questa è la mia storia e vorrei che fosse l’ultima che leggo.

Il cielo non può che essere blu e tutti devono poter volare liberi.

Oggi lo sono finalmente me stesso e non più uno come tanti.  Patrizia Maria Macario

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