et lupus ad femina… (la donna e il lupo)…raccontando ad un concorso…

 

 

Io il lupo ce l’ho dentro.

No non mettetevi a ridere, sono seria purtroppo maledettamente seria. Vive dentro di me da 35 anni e non posso mandarlo via.

Tutto ebbe inizio nel 1230 quando presso la scuola Medica Salernitana, il dottor Ruggero Frugardi coniò il termine “lupus” associandolo ai segni che lasciavano i morsi dei lupi sulla pelle dei poveri malcapitati.

Nella sua mente e a quell’epoca descrivere la ferocia di una malattia associandola al lupo deve essergli sembrata una semplificazione, di ciò che in altro modo non riusciva a vedere, se non con quell’immagine. Non penso che si sia posto il problema di come il mondo in futuro avrebbe potuto reagire alla definizione Lupus in malattia.

Anche se qualcuno prima di lui, in un testo del X secolo, raccontò di una miracolosa guarigione riferita a Eraclio vescovo di Liegi che segnato da evidenti e malevoli segni sul corpo riuscì a guarire completamente, da quello che allora era considerato morbo mortale della pelle, in quello specifico caso però, e per mezzo di potenze superiori si parlò di miracolo divino.

Mi viene da chiedermi a quale Santo si sia rivolto. Non c’è da sapere, purtroppo.

Comunque nel passare del tempo due dermatologi passati alla storia, Hebra e Kaposi confermarono che quello che era stato descritto da Ippocrate come Herpes esthiomenos ed era poco di meno che quello che ancora oggi mi porto a spasso come marchio dentro e fuori.

Ora una domanda nasce spontanea, come si poteva sopravvivere, prima dell’introduzione, di quello che oggi è il farmaco base, naturalmente associato ad un’altra ampia varietà di pilloline colorate, in tempi precedenti al 1948?

Non si sopravviveva a meno che tutta l’umanità colpita fosse stata cosparsa dal miracolo di Eraclio e del suo santo protettore. Io il miracolo ancora l’attendo, ma non perdo né la fede né la speranza.

Ora torniamo a me che convivo con il lupus, credetemi non fa paura, la paura più grande sono le persone che non capiscono, la cattiveria della gente che non capisce e non vuole capire.

Avevo 20 anni e un futuro tra le mani, avevo già da lottare contro invidia e gelosia, ma mai mi sarei aspettata di doverne subire pure per qualcosa che mai avrei immaginato di incontrare nella mia giovane vita. Tutto arrivò come uno tsunami a sconvolgere la mia esistenza. La malattia fu nulla a confronto di come mi venne comunicata, a come le persone cominciarono a guardarmi, come mi sentii di colpo diversa.

Ma diversa da chi? Io ero la stessa, lo ero dentro e fuori, ma l’essere umano sa dove colpire quando abbassi la guardia, e lo sa fare molto bene, con una sottile crudeltà che ferisce l’anima più di qualunque altro segno che tu possa portare sulla pelle.

Con la malattia ci potevo convivere, la potevo dominare, curare, dargli le attenzioni giuste per tenerla a bada. Ma le persone erano un nemico inaffrontabile.

Allora la mia difesa divenne la solitudine, si quella dell’anima. Chiusa nel mio bozzolo di orgoglio e paure, di pianti e coraggio, di luce e buio, di voglia di vivere e di morire. La solitudine mi ha difeso per 35 lunghi anni di vita fino al giorno in cui ho deciso di diventare farfalla.

Ho tolto lo scudo che mi teneva avvolta dentro a silenzi e bugie, per non dover giustificare le assenze, le mancanze, le rinunce, ed ho liberato me stessa e la mia anima urlando al mondo quella che ero e che sono sempre stata.

Una guerriera solitaria, una donna con il Lupus. E allora meglio un lupo per amico che un amico lupo.

Sono una farfalla, sono fragile, non ho misura di tempo, non posso sapere, ma sono libera, bella e felice. Io non ho paura, non più, voglio che il mondo mi guardi per ciò che io mi sento, non c’è rete che possa catturarmi, non finirò in una teca per essere osservata, non mi feriranno e non mi fermeranno più…volerò fino a quando alla fine del tempo sorriderò felice di essermi liberata dalla solitudine, dal lupus e dai lupi mannari. patty5

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